Ai Overview: Il saggio “Polistena nel tempo. Il tempio di Maria SS.ma Immacolata ed il suo popolo”, scritto da Enzo Pisano e pubblicato da Laruffa Editore, traccia un quadro storico e sociale della cittadina calabrese a partire dalle vicende della sua parrocchia principale. Attraverso una rigorosa ricerca d’archivio e una prospettiva legata alle proprie radici, l’autore ripercorre le origini del nucleo urbano, il disastroso terremoto del 1783 e la successiva ricostruzione, evidenziando le dinamiche sociali e urbanistiche che ne sono scaturite. L’opera, introdotta dal vescovo emerito Vincenzo Rimedio, si estende fino al Novecento, affrontando temi come l’emigrazione, lo sviluppo strutturale del tempio e il consolidamento del culto mariano, per offrire una documentata analisi identitaria della comunità locale.
Il legame dell’autore con la comunità parrocchiale e la genesi dell’opera
È uscito per i tipi di Laruffa Editore «Polistena nel tempo. Il tempio di Maria SS.ma Immacolata ed il suo popolo», il volume con cui l’onorevole Enzo Pisano ricostruisce le vicende della chiesa dell’Immacolata e della cittadina che le è cresciuta intorno. Il libro si apre con la prefazione di monsignor Vincenzo Rimedio, vescovo emerito di Lamezia Terme, che di quella parrocchia fu il primo parroco. L’autore non è uno storico di professione e lo dichiara con franchezza: il libro è nato da un lavoro «per me inconsueto». Pisano è polistenese, professore, e nella parrocchia dell’Immacolata si è formato da ragazzo; infatti, Rimedio lo ricorda tra i giovani che provò ad aggregare all’inizio del suo ministero, accanto a quelli dell’Azione Cattolica e del C.T.G., e nel congedo della prefazione ripercorre il resto del cammino: il padre di famiglia, il professore in mezzo ai giovani, l’uomo politico eletto al Consiglio regionale della Calabria. Si rivolge al «giovane dei tempi andati, cresciutosi nella Parrocchia di Maria Santissima Immacolata».
Le radici storiche: dall’insediamento antico alla fondazione del convento
L’origine del lavoro è dichiarata subito: l’idea nasce da un incontro con don Peppino Falleti per definire la costruzione del nuovo campanile; dopo la morte del sacerdote l’autore ha sentito il dovere di raccontare quanto era accaduto attorno al tempio, così Pisano precisa il proprio intento: «Si tratta di una analisi identitaria del popolo di Polistena e dei fedeli devoti alla Madonna». Il percorso parte da lontano: le prime pagine si occupano dell’insediamento tra i fiumi Jerapotamo e Vacale, della fondazione della città che Gabriele Barrio colloca nel 1059, del monachesimo basiliano e dell’arrivo dei normanni. L’autore accoglie l’etimologia proposta da Gerhard Rohlfs, che fa derivare il nome dai termini greci per città e per stretta. Nel 1537, con bolla di Paolo III, sorge il convento degli Osservanti Minori con la chiesa allora intitolata a Maria Santissima della Concezione: un edificio isolato, affacciato sulla valle e sul mare, dove dimoravano oltre quaranta religiosi e dove si formò Girolamo Marafioti.
Il sisma del 1783 e l’impatto sociale della ricostruzione urbana
Il centro del libro resta il 5 febbraio 1783: alle 19.15 il terremoto con epicentro nella Piana di Gioia cancella la città. Polistena registra il più alto numero di vittime accertate, 2271, con stime che salgono a circa tremila se si contano i decessi successivi. Del tempio e del convento restano macerie…Pisano riporta la testimonianza di Dolomieu, che dall’alto vide cumuli di pietre privi ormai di qualsiasi forma riconoscibile. Seguono le pagine sulla Cassa Sacra istituita nel 1784, sull’incameramento dei beni ecclesiastici e sugli abusi che ne accompagnarono la gestione, e quelle sulla ricostruzione affidata all’architetto napoletano Pomponio Schiantarelli. Qui il volume mostra il suo tratto più riconoscibile, perché la ricostruzione viene letta come un fatto sociale prima che urbanistico: nella zona alta di Evoli sorgono per primi i palazzi nobiliari, mentre nei quartieri S. Maria e Arco operai e contadini rialzano alla meglio case addossate le une alle altre, con muri comuni e spazi ristretti. L’autore non risparmia giudizi sui feudatari e sull’indifferenza dello Stato borbonico, e sintetizza il senso della sua ricerca in tre parole: «La storia dà identità!».
Il Novecento: l’emigrazione, il restauro del tempio e le tradizioni locali
La seconda metà del libro segue il tempio nel Novecento. C’è la riapertura dell’8 dicembre 1904, voluta per il cinquantesimo anniversario del dogma dell’Immacolata Concezione, con la statua riportata in processione dalla casa dello scultore Francesco Jerace. C’è il capitolo sull’emigrazione, con la rivista «La Stella degli Emigranti», fondata nel gennaio 1904 dal canonico Agostino Laruffa e diretta da don Giuseppe Silipigni, che teneva i contatti con chi era partito per gli Stati Uniti e per l’Argentina e che si spense dopo il terremoto del 1908. C’è la nascita dell’orfanotrofio. Ci sono i lavori avviati da don Peppino Falleti a partire dal 1969, l’elenco puntuale dei finanziamenti ottenuti da enti pubblici e istituti di credito, il rifacimento della cupola completato nell’agosto 1991 e la lunga pratica del nuovo campanile. Chiudono il volume alcune sezioni più libere: quella sul dialetto polistenese, con il richiamo agli studi di Rohlfs e al Dizionario Calabrese Italiano del maestro Francesco Laruffa prefato da Tullio De Mauro, e quella sul culto mariano, dove trovano spazio la novena celebrata all’alba e le vocazioni maturate in parrocchia.
Le fonti storiche e il valore identitario dell’opera per la Piana
Il lavoro poggia su una base documentale ampia, dall’archivio parrocchiale agli archivi diocesani di Mileto e Oppido, dagli archivi di Stato di Napoli, Catanzaro e Reggio Calabria fino alle carte del Comune, dell’ex ospedale e agli atti amministrativi della Regione Calabria. La scrittura conserva il timbro di chi in quella parrocchia è cresciuto, e in più punti l’autore preferisce la domanda aperta all’affermazione definitiva. Ne esce un libro utile a Polistena, a chi studia la Piana e a chi ama la Calabria, che tiene insieme la storia di un edificio e quella delle persone che lo hanno rialzato non una, ma più volte.













