A trentanove anni dalla scomparsa di Primo Levi, avvenuta l’11 aprile 1987 nella sua abitazione torinese, il suo lascito intellettuale e letterario continua a offrire strumenti fondamentali per la decodifica e la comprensione della storia del Novecento. La sua formazione da chimico, caratterizzata da un metodo analitico e da un linguaggio misurato, si è fusa con la necessità di documentare l’esperienza estrema della deportazione. Dalla sobria lucidità con cui ha descritto la realtà concentrazionaria, fino alla complessa disamina della “zona grigia” introdotta nei suoi ultimi scritti, l’opera di Levi esplora le dinamiche del potere e le ambiguità della natura umana. Il suo lavoro interroga anche il difficile rapporto tra l’orrore dei campi di sterminio e il concetto di fede, consegnando ai lettori un esercizio di memoria che rifiuta le semplificazioni e mantiene intatta la sua funzione civile.
La scomparsa e il silenzio dello scrittore
L’11 aprile 1987, nella casa di corso Re Umberto 75 a Torino — lo stesso palazzo in cui era nato nel 1919 —, il corpo di Primo Levi veniva trovato alla base della tromba delle scale, aveva sessantasette anni: pochi giorni prima aveva confidato a Giulio Einaudi: «Non riesco più a scrivere». I suoi libri, però, non hanno mai smesso di parlare.
Il rigore del chimico applicato alla memoria del lager
Levi ha avuto una formazione molto variegata, si era laureato in chimica nel 1941, con centodieci e lode, portandosi a casa una pergamena che lui stesso definì un «documento ancipite, mezzo gloria e mezzo scherno, mezzo assoluzione e mezzo condanna», perché vi compariva la dicitura «di razza ebraica». La chimica rimase il mestiere di tutta la vita: trent’anni alla SIVA di Settimo Torinese, a occuparsi di vernici e rivestimenti, ma fu proprio quel mestiere a fornirgli gli strumenti per scrivere. «Scrivo proprio perché sono un chimico», disse, «si può dire che il mio vecchio mestiere si è largamente trasfuso nel nuovo»…la precisione del linguaggio, la diffidenza verso le approssimazioni, l’abitudine a distinguere ciò che è simile da ciò che è identico — tutto questo, Levi, lo aveva appreso nel laboratorio. Nel Sistema periodico, scrisse che «occorre diffidare del quasi-uguale, del
praticamente identico, del pressappoco», e aggiunse che questo valeva non solo per il mestiere del chimico. Questa sua esattezza Levi la portò dentro il racconto dell’esperienza più estrema: la deportazione ad Auschwitz, dove arrivò nel febbraio del 1944 e dove sopravvisse soprattutto grazie alla sua specializzazione, che gli valse un impiego nel laboratorio della fabbrica di gomma di Buna.
Se questo è un uomo, pubblicato nel 1947 dopo il rifiuto di Einaudi, era un resoconto, scritto con una sobrietà che rendeva le cose ancora più inaccettabili. Philip Roth lo descrisse come un uomo che si era proposto di ricordare con metodo l’inferno tedesco e di renderlo comprensibile in una prosa lucida e senza pretese. Nella sua ultima fatica, I sommersi e i salvati, uscito nella primavera del 1986, Levi consegnò ai lettori il concetto forse più scomodo della sua riflessione: la zona grigia, l’idea, cioè, che tra vittime e carnefici non esistesse un confine netto, ma uno spazio popolato di figure ambigue, prigionieri che collaboravano con il potere, oppressori che talvolta mostravano tratti di umanità residua. Levi scrisse che «è ingenuo, assurdo e storicamente falso ritenere che un sistema infero, qual era il nazionalsocialismo, santifichi le sue vittime: al contrario, esso le degrada, le assimila a sé». Era un’affermazione che faceva (e fa) male, perché impedisce ogni semplificazione consolatoria, perché Levi costringe il lettore a guardare senza scorciatoie la complessità del male, che non si distribuisce mai in modo ordinato tra buoni e cattivi.
Questa lezione resta attuale in un tempo, il nostro si intende, che ama le polarizzazioni: la zona grigia riguarda ogni situazione in cui il potere degrada chi gli sta intorno e in cui la coscienza individuale viene messa alla prova; per questo Levi invitava a esplorare quello spazio scomodo. Ne I sommersi e i salvati avvertì che «le coscienze possono nuovamente essere sedotte e oscurate: anche le nostre», chiaro ammonimento per il futuro, anche in questo caso il nostro si intende.
Il difficile confronto con l’esistenza di Dio
C’è poi il rapporto con la fede. Nella conversazione con Ferdinando Camon, pubblicata da Guanda, lo scrittore arrivò a una formula tutta sua: «C’è Auschwitz, dunque non può esserci Dio». Ma poi, a matita, sulla trascrizione, aggiunse due frasi: «Non trovo una soluzione al dilemma. La cerco, ma non la trovo». Levi era un uomo che si dichiarava non credente e che tuttavia non chiudeva la porta, perché la sua stessa onestà intellettuale gli
impediva di liquidare la questione. In questo suo cercare senza trovare, in questa inquietudine che non si appaga di risposte facili, si apre il dialogo, perché prima di tutto Primo Levi voleva comprendere. Da chimico, sapeva che comprendere la materia è necessario per comprendere l’universo e noi stessi. Da scrittore, sapeva che comprendere il male è la sola difesa contro il suo ritorno. Trentanove anni dopo la sua morte, quella doppia fedeltà — alla precisione della scienza e alla responsabilità della parola — è un valido esercizio che dobbiamo continuare a ripetere per mantenere mente e cuore
allenati.













