Quei ragazzi difficili amati da don Puglisi

«Un prete normale». Così suor Carolina Iavazzo descrive don Pino Puglisi di cui fu collaboratrice e amica ai tempi di Brancaccio fino alla sua uccione per mano di Cosa Nostra.

Eppure don Pino segna un prima e un dopo.
La vita di don Puglisi certamente ha lasciato un segno nella storia. Ha avviato un’attenzione pedagogica della Chiesa rispetto al fenomeno mafioso.

Chi era Padre Puglisi?
Era un uomo imprevedibile, estroso che amava la vita. Un educatore che non smetteva mai di stupirsi coi suoi ragazzi.

Giovani tolti ai clan.
Passavano la loro giornata rubando o viaggiando con i motorini da un quartiere all’altro come corrieri della droga. Usati ed abusati dai mafiosi. Il loro linguaggio era la violenza: ricordo che quando entravano al nostro centro aggregativo il loro modo di “bussare” erano pugni, bestemmie, calci alle porte.

Una sfida ostica.
Che poteva essere vinta solo con la logica dei “piccoli passi”. Un giorno dissi a don Puglisi: «Lo sa che Carmelo entrando ha salutato? ».
Don Pino era stupito, con gli occhi di fuori.
Mi disse: «Vero è?». Era felice: quel giovane si era “disintossicato” della logica mafiosa del «tutto è dovuto».

In un tempo in cui Cosa Nostra seminava terrore.
Mi ricordo il fenomeno delle “catene umane” alle quali don Puglisi partecipò con entusiasmo dopo l’uccisione del giudice Falcone. Organizzò una marcia in cui si mise ad urlare: «Chi non salta, mafioso è».

Spesso è rappresentato un don Pino “sociale”, ma quale era la sua spiritualità?
Osservando la sua vita in comunione con Dio sembrava un gesuita. Aveva dei punti fermi inalienabili: la Parola, l’Adorazione e la Santa Messa; per questo vorrei dissuadere quanti lo definiscono «prete antimafia».

Perché?
Perché non era “anti” a nessuno. Anzi avrebbe voluto dialogare con quanti vivevano la mafia sulla propria pelle, per testimoniare che un cambiamento era possibile anche per loro.

Una vita spesa per la sua Palermo.
Un sacerdote vero: andava ai campi–scuola, predicava gli esercizi spirituali alle religiose, faceva vivere giornate di ritiro vocazionale ai giovani. Un’altra caratteristica era la povertà.
Andava in giro per Palermo con quella macchina scassata. Ritardatario cronico, ma con uno spessore spirituale altamente evangelico. Una persona in missione ventiquattr’ore su ventiquattro.

Si è mai chiesta come faceva ad essere così?
Ovviamente non si può essere un prete di frontiera se non hai “qualcosa” dentro che ti alimenta di continuo. Ma per spiegare quanto amasse Gesù le devo raccontare un dettaglio della sua uccisione.

Ci dica.
Don Pino quel giorno aveva predicato degli esercizi spirituali sul tema «Gesù nell’orto degli Ulivi». Fu un caso, ma lui quel giorno fece la volontà di Dio. L’ultima “scena” della sua vita è stato il suo manifesto, la sua eredità.

In che senso?
Quando lui infilò la chiave nella toppa, un killer alla sua destra lo chiamò: «Padre Puglisi è una rapina». Gli toglie il borsello che aveva sulla spalla; lui si girò, lo guardò, gli sorrise, mentre il killer alla sua sinistra esplose un solo colpo tra l’orecchio e la nuca, uccidendolo. Questo episodio mi inquieta perché don Pino non reagì, non scappò. Lui rimase fermo – facendo sue le parole di Gesù – «li amò sino alla fine». La morte, infatti, non si improvvisa: così come vivi, tu muori.

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