Rimettere l’uomo al centro di ogni processo formativo

Approfondire lo studio non è finalizzato solo a migliorare la propria condizione personale, ma è un grande dono a tutta la collettività

Vivere bene in un mondo complesso richiede adattamenti complessi. Ciò comporta un formarsi continuo che impegna l’individuo per molti anni: dagli almeno 10 dell’obbligo ai 18 per una laurea magistrale e altri ancora per specializzarsi. Ma perché investire così tanti anni nello studio? A quale scopo? I risultati d’apprendimento attesi al completamento di un ciclo universitario sono espressi attraverso i Descrittori di Dublino: i nostri allievi studiano per acquisire conoscenza e capacità di comprensione, conoscenza e capacità di comprensione applicate, autonomia di giudizio, abilità comunicative e capacità di apprendere. L’Università, cioè, li forma non solo a padroneggiare una base condivisa di conoscenze, ma anche ad applicarla, a valutarla in autonomia, a parlarne a ragion veduta e ad aggiornarla costantemente: un formarsi “a tutto tondo” che sembra coincidere con l’aspirazione di ogni civiltà a formare l’Uomo. Oggi vi è un’enfasi speciale sulla didattica delle competenze. Attraverso la sintesi tra il “sapere” e il “saper fare”, il Processo di Bologna trova attuazione anche in Italia: è la costruzione assieme con le altre nazioni di uno Spazio europeo dell’istruzione superiore. Nulla di più affascinante da un punto di vista formativo: un solo continente, una sola tensione formativa, una civiltà tecnologicamente avanzata protesa nella conquista del sapere. L’enfasi sulle competenze, poi, è sollecitata dallo scenario competitivo dell’economia di mercato. È importante, quindi, formare nuove generazioni sempre più performanti, possibilmente multitasker, capaci cioè di destreggiarsi contemporaneamente tra nuovi media e nuove attività. C’è un pericolo in questa evoluzione? Sì, che si perda di vista per “chi si studia”. Che si perda di vista l’Uomo, il “saper essere”. Il pericolo sta nel coltivare la competenza quale principale strumento di competizione e non di relazione cooperativa. Innalzare vieppiù gli standard in un’ottica competitiva si traduce in maggiore disagio, fino al ritiro sociale. Il rischio è che si perda di vista l’orizzonte di senso che dà significato alla vita (la relazione con l’Altro) e la possibilità di coltivare un bene comune: che si perda la speranza di essere felici. Scuola e Università, autentici laboratori sociali, possono invece essere strumento di benessere se formano alle life skills (Oms), cioè quelle abilità che consentono alla persona di esercitare il senso critico e il discernimento, di comunicare efficacemente e resistere alle pressioni indesiderate, di essere empatici e consapevoli di sé, di gestire le emozioni ed essere creativi. Di vivere a pieno e in relazione la propria umanità.

* docente di Psicologia dello sviluppo – UniMe

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