Santo Stefano in Aspromonte: il calvario dopo il sisma e l’opera di don Zoccali

Santo Stefano Aspromonte

La ricostruzione delle vicende storiche che hanno interessato l’area aspromontana all’inizio del Ventesimo secolo offre uno spaccato significativo sulle condizioni di vita delle popolazioni locali, costrette a misurarsi con una serie di calamità naturali devastanti. L’analisi dei documenti d’epoca permette di delineare le fasi critiche seguite al terremoto del 1908 nel territorio di Santo Stefano, dove la distruzione del tessuto urbano e dei luoghi di culto si sommò a preesistenti fragilità strutturali. Il racconto che segue ripercorre, attraverso le figure dei parroci e le cronache del tempo, il difficile cammino di una comunità impegnata a sopravvivere tra macerie, ritardi burocratici e tensioni sociali, in un periodo storico ulteriormente complicato dallo scoppio del primo conflitto mondiale e dall’emergenza sanitaria della Spagnola.

Una sequenza di eventi sismici

Gli anni successivi al terremoto del 1894 furono caratterizzati da una lenta ripresa tesa a ripristinare gli immobili danneggiati mentre le famiglie rimaste senza casa vennero alloggiate nei baraccamenti realizzati sui terreni ai margini dell’abitato. Nella chiesa parrocchiale si risarcirono le lesioni e lentamente essa riprese la sua funzionalità tra gli ultimi anni dell’Ottocento e i primi anni del Novecento. Il centro aspromontano, che aveva registrato lesioni a diversi caseggiati durante il sisma dell’otto settembre 1905 che colpì l’altipiano del Poro, venne interessato anche dal terremoto del 23 ottobre 1907, che ebbe il suo epicentro a Ferruzzano, e quattordici edifici vennero danneggiati, riaprendosi alcune lesioni nelle strutture murarie della chiesa parrocchiale. Questa condizione determinò l’anno successivo danni irreparabili alla chiesa e alla casa canonica investite dalle violente scosse del sisma del 28 dicembre 1908, che devastò gran parte del territorio e, come riportò il sismologo Mario Baratta, «su un totale di 1069 case, 450 (42%) crollarono totalmente, 150 (14%) furono gravemente danneggiate o rese inabitabili e 469 (44%) subirono danni più leggeri». Anche la chiesa del Carmine subì danni e nel cimitero crollarono la cappella e la casetta del custode. Il parroco Mangeruca si prodigò, nonostante la sua tarda età, a soccorrere la popolazione e nei primi mesi del 1909 venne affiancato dall’economo D. Giuseppe Giunta. Le squadre di soccorso raggiunsero, dopo qualche giorno, il centro montano e si attivarono nella rimozione delle macerie, nella raccolta delle vittime, nell’assistenza ai feriti e nella distribuzione dei viveri.

Tensioni sociali e salvaguardia del patrimonio

Insorsero alcune difficoltà nella costruzione dei baraccamenti per la realizzazione dei quali era stato redatto un «Piano Particolareggiato di Esecuzione» che prevedeva l’occupazione di alcune aree già interessate da baraccamenti montati dopo il sisma del 1905 (contrada Cuvaluta, contrada Filanda e contrada Vignale), lungo la Strada Provinciale e nella contrada Cardea. Come riportò il settimanale diocesano «Reggio Nuova» del 5 giugno 1909, la popolazione insorse «stanca delle malefatte del locale Comitato di Soccorso» che aveva venduto le tavole ricevute per la costruzione delle baracche ottenute per realizzare soltanto 90 unità «per la paura che non venissero espropriate le proprietà adiacenti alle case di certi signori influenti». La discesa a Reggio di una moltitudine di persone per protestare davanti la Prefettura ottenne l’intervento diretto del Prefetto che sbloccò le pratiche di esproprio. Nei primi giorni dello stesso mese di giugno il parroco D. Stefano Mangeruca provvedeva a redigere un inventario degli oggetti e delle suppellettili sacre delle chiese della parrocchia e a consegnarli al sac. dott. Stefano Zoccali, alla presenza di D. Giuseppe Musolino e di altri testimoni. L’elenco comprendeva nove volumi di libri parrocchiali, le argenterie (calici, reliquari, corone, crocefissi, incensiere con navicella, ecc.), numerosi paramenti sacri, candelieri di vario materiale, la statua in marmo della Madonna delle Grazie, le statue in legno di S. Stefano e della Madonna delle Grazie, quadri su tela di S. Antonio Abate, S. Nicola, Addolorata e Sacra Famiglia e la statua in cartapesta del Cristo Risorto.

L’intervento del Papa e il cambio della guida pastorale

Nei primi mesi del 1910 erano stati recapitati a S. Stefano i materiali della chiesa prefabbricata della ditta Mc. Manus fatti inviare dal papa Pio X per assicurare una celere ricostruzione dei luoghi di culto. Erano state già realizzate le fondazioni dalla impresa di Domenico De Maio di Laganadi e si doveva procedere al montaggio la cui esecuzione sarebbe stata curata dalla ditta Leuzzi, nipote del vecchio arciprete, previa una modifica al sistema dell’accesso che prevedeva la realizzazione di due porte laterali al posto di quella centrale. Vista la vetusta età del «quasi centenario» parroco Mangeruca che lo rendeva incapace ad assolvere il suo mandato, nel marzo 1912, la Sacra Congregazione del Concilio inviava una lettera, firmata dal card. Casimiro Gennari, all’arcivescovo per procedere alla sua rimozione «attesa la tarda età». L’arcivescovo Rousset nominò come parroco D. Romualdo Zoccali che cosciente dello stato di abbandono in cui versava, come riportato alcuni anni dopo in una sua corrispondenza indirizzata all’arcivescovo Carmelo Pujia, fu costretto ad accettare non avendo trovato il presule «un cane per mandarlo quassù». Nativo di S. Stefano, cresciuto sotto la guida spirituale di D. Mangeruca, egli era entrato in seminario ricevendo l’ordinazione sacerdotale dall’arcivescovo Rousset il 25 agosto 1911 all’età di 27 anni.

Un difficile contesto tra guerra ed epidemia

Il nuovo parroco si mise al lavoro in un ambiente difficile «battuto per oltre un sessantennio dal liberalismo massonico» e segnato da una disaffezione alla religione tanto da essere indicato nel contesto territoriale come «la rocca dell’anticlericalismo e della libertà». La nascita nella parrocchia di un Circolo giovanile offrì nuove speranze di recupero tra i giovani e gli operai del posto ma la parentesi della Prima Guerra Mondiale con la chiamata al fronte di D. Romualdo frenò ogni attività non bastando l’impegno profuso dal parroco di un centro vicino a continuare l’iniziativa. Nel 1915 insorsero polemiche tra i cittadini in merito alla struttura lesionata della chiesa parrocchiale nella quale, nei mesi successivi al terremoto, si era proceduto alla demolizione del campanile abbandonando poi ogni intervento e il parroco Zoccali inviò un esposto al prefetto evidenziando che la stessa costituiva «grave pericolo all’integrità fisica dei fedeli e alle numerose abitazioni circostanti» e richiedendo la sua sollecita demolizione. Rientrato dal fronte nel 1918, riprese l’attività ma si dovette misurare con l’emergenza creata dalla epidemia dell’influenza «spagnola» che ebbe la fase più acuta sul finire di quell’anno registrandosi tra la popolazione circa cinquanta decessi dei quali 37 nel solo mese di ottobre colpendo in prevalenza persone in giovane età. Tra il 1919 e il 1922 D. Romualdo ricostituì il Circolo giovanile districandosi tra continui ricorsi e denunce degli avversari mentre gli orientamenti politici mutavano e logorandosi nella salute al punto che, nel 1925, richiese all’arcivescovo il trasferimento a Reggio, ottenendo un insegnamento nel Seminario ma restando parroco titolare e costretto a fare la spola tra Reggio e S. Stefano. (continua)

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