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Servizio civile universale, quattro storie al femminile

Francesca, Martina, Maddalena e Piera si sono cimentate nelle attività di prossimità proposte da diverse opere-segno di un grande maestro di volontariato: don Italo Calabrò.

di Redazione Web

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Il Servizio civile raccontato da quattro ragazze che lo hanno vissuto in prima persona. Francesca, Martina, Maddalena e Piera si sono cimentate nelle attività di prossimità proposte da diverse opere-segno di un grande maestro di volontariato: don Italo Calabrò. Ai suoi tempi, la lotta era a favore dell’introduzione dell’obiezione di coscienza, alternativa alla leva militare per quanti ripudiavano la guerra e volevano, invece, mettersi al servizio dei più bisognosi.

Servizio civile universale, quattro storie al femminile

Lo stile è immutato, così come la risposta delle giovani generazioni: «È una grande opportunità per ognuno di noi. Nasce da una forte esigenza di mettersi a “disposizione “ del prossimo e di sentirsi utili e apprezzati dalla propria comunità» dicono in coro le quattro ragazze. Certo il coronavirus ha complicato i piani, o per meglio dire, le ha fatte camminare lungo le strade tortuose dove è, però, più semplice incrociare lo sguardo di Dio nei poveri.


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I percorsi sono stati predisposti dal Centro comunitario Agape. Vie di impegno che hanno raggiunto, per molte delle ragazze coinvolte, del tutto sconosciute: da casa Reghellin, rifugio per le donne in difficoltà, all’associazione ArteInsieme che registra il lavoro operoso e creativo di tanti disabili, fino a giungere ai percorsi antimafia assieme a Libera, di riscatto sociale con la cooperativa SoleInsieme o di assistenza ai malati di Aids presso la casa del fondatore, don Italo Calabrò.

Le testimonianze delle ragazze

«La mia “avventura” di Servizio civile è iniziata per caso. Non conoscevo, nonostante i miei ventisei anni, fino in fondo la realtà dove ho deciso di presentare domanda. Si tratta del Centro Comunitario Agape di Reggio Calabria. Sono stata quello che in gergo si definisce un “subentro” e fin dal primo giorno in cui ho varcato la soglia dell’Agape mi sono sentita a casa; ho avuto la fortuna di trovare un gruppo di colleghe affiatato e che mi ha accolto a braccia aperte, così come i responsabili del centro, vogliosi di farci vivere a pieno e con profitto tale esperienza, unica ed irripetibile».

A lei si aggiunge la testimonianza di Martina: «Questa esperienza mi sta trasferendo sicuramente più consapevolezza, permettendomi di comprendere i miei limiti e di superarli. Mi sta facendo crescere molto a livello personale e mi ha dato l’opportunità di conoscere nuove persone, con le quali ho creato un bellissimo rapporto, tra cui anche le mie colleghe; ma anche persone molto preparate in diversi ambiti e professionali. È un’esperienza che segna molto, perché riuscire a stare accanto a queste persone così fragili, può dare molto. Non è un’occasione che capita tutti i giorni e per questo mi sento molto fortunata».


PER APPROFONDIRE: Vent’anni di Servizio Civile in Caritas: una storia da raccontare


Un'esperienza da fare

«A mio avviso tutti i ragazzi dovrebbero prestare servizio, - afferma Maddalena - perché è sia un’esperienza che ti permette di crescere sia un modo per aiutare il prossimo. Essendo una scout ho sempre, nel mio piccolo, aiutato chi più ne ha bisogno, ma grazie a questa esperienza posso farlo toccando nuove realtà. Sono soddisfatta del mio percorso e della mia scelta perché ho incontrato molte persone che senza quest’opportunità non avrei mai conosciuto, come le mie colleghe».

Infine, Piera racconta la sua esperienza: «Presto servizio presso “Casa don Italo”, appartenente all’associazione “Piccola Opera Papa Giovanni” di Reggio Calabria. La Casa accoglie uomini e donne malate di Aids, prive di sostegno familiare e sociale. Essa offre un ambiente familiare che promuova la dignità delle persone e tenda a realizzare l’autonomia delle stesse. Agli utenti, vengono fornite prestazioni di tipo sanitario, oltre che di sostegno morale. Ho compreso quanto l’amore sia un sentimento gratuito, quanto sia importante spogliarsi dei pregiudizi per non identificare una persona con la sua malattia e non dimenticare che dietro le storie difficili di ognuno si nascondono persone desiderose di ricominciare».

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