Ai Overview: I documenti relativi alle visite pastorali avvenute tra la fine del Seicento e la metà del Settecento restituiscono una fotografia dettagliata della vita religiosa e civile nella parrocchia di Laganadi. Le relazioni ecclesiastiche documentano lo stato degli arredi sacri e delle strutture, ma anche i dati demografici della popolazione, evidenziando periodi di grave difficoltà causati da epidemie e vicende di cronaca locale. Attraverso gli inventari e le rigide prescrizioni dei vescovi emerge l’evoluzione della devozione popolare e delle normative amministrative imposte alla chiesa del territorio in quei decenni.
Le ispezioni di fine Seicento e gli arredi sacri
Nell’ultimo decennio del XVII secolo sono le pagine della Visita pastorale dell’arcivescovo Martino Ybanez a offrirci indicazioni sullo stato della chiesa parrocchiale di Laganadi e sulle condizioni della comunità che viveva in quei luoghi. Non fu il presule a raggiungere, nel 1692, il centro vallivo ma il Vicario generale della Diocesi reggina che, in ossequio al protocollo previsto dai canoni liturgici, dopo i rituali iniziali procedette alla ispezione della chiesa. Egli trovò il SS. Sacramento custodito nel tabernacolo sulla destra all’interno di una pisside e in deposito costituito da una sfera argentea e, coerentemente alle indicazioni, ordinò che la stessa venisse indorata entro quattro mesi stabilendo una penalità in caso di inosservanza della tempistica. Visitò poi l’altare maggiore dedicato alla Madonna delle Grazie che risultava dotato di quanto necessario per la celebrazione della messa: un calice con patena e corporali, cinque palle, due purificatori, quattro pianete di seta nei colori bianco, rosso, verde e violaceo; tre camici con i loro amitti e cingoli, due tovaglie, cinque paliotti di vari i colori, un baldacchino di seta bianca e rossa, due corone d’argento per «l’immagine della Beata Vergine». In detto altar venivano celebrate messe per i benefattori dal parroco D. Francesco Cardillo nelle festività e nelle domeniche. Dopo l’altare visitò il fonte battesimale che risultava ben ornato nel quale erano riposti tre vasi di stagno per l’olio sacro, all’interno di un grande scatolo metallico che conteneva la borsa per il trasporto agli infermi. La dotazione di oggetti sacri comprendeva anche un incensiere d’argento con la navicella di stagno, e un vaso per l’acqua benedetta con il suo aspersorio in rame. Il delegato visitò quindi i libri parrocchiali: quello dei defunti e quelli dei battesimi, matrimoni, e lo stato delle anime dal quale trasse l’indicazione che nel villaggio vivevano 88 nuclei familiari, per un totale di 408 anime, e che in esso si mediamente di contavano 252 comunioni eucaristiche e altrettante confessioni e il numero di bambini era di 154 unità. Visitò quindi l’altare di S. Antonio di Padova di patronato della famiglia Versaci, sito sulla destra che era dotato di quanto necessario per la celebrazione della Messa, rilevando che in esso si celebravano due messe nella settimana dal parroco D. Francesco Cardillo. Ordinò quindi che in esso fosse disposta una tovaglia e un avanti altare dipinto e una pedana. Nella chiesa c’era anche un altare dedicato a S. Maria del Monte Carmelo e diede indicazioni che in esso vi si celebrassero messe nei giorni festivi. Per ultimo visitò l’altare del SS. Rosario trovandovi quanto necessario per la celebrazione di messe che venivano celebrate due volte l’anno in suffragio di tale Filippo Neri. Per migliorarne la funzionalità dispose che fosse realizzato, entro tre mesi, un altare movibile e durante l’esecuzione dei lavori si doveva celebrare nell’altare maggiore. Nell’aula della chiesa era posizionato un Confessionale.
Le epidemie e i registri dei defunti del Settecento
Nel marzo 1706 moriva il parroco D. Francesco Cardillo, e la parrocchia venne affidata a D. Teodosio D’Agostino che svolse il suo impegno pastorale sino alla sua morte avvenuta il 2 maggio 1733. Il registro dei defunti mostra le difficili condizioni di vita di quegli anni registrando le vittime di epidemie che nel 1706 causarono la morte di ben 13 bambini nei mesi più caldi. Altro anno difficile per la comunità parrocchiale fu il 1743 quando l’epidemia di peste, che colpì la città di Reggio e il suo circondario, incrementò il numero dei decessi 25 unità nell’arco dell’anno. L’anno successivo, le annotazioni del parroco indicavano che due persone erano decedute «di una morte violenta di una scopettata» colpendo Antonino Caridi, coniuge di Argentina Agostino, e la madre Ripepi Angela. Due anni dopo, sul finire di agosto, venne registrata la «morte violenta» di Santo Trombetta, di anni 30, coniuge di Angela D’Agostino. Un’altra epidemia colpì la comunità parrocchiale nell’anno 1749 quando sui 30 morti registrati per l’anno ben 23 erano neonati in gran parte di giovani nuclei familiari.
Le prescrizioni dell’arcivescovo Zicari
Il 9 novembre 1757, l’arcivescovo Domenico Zicari, dopo aver visitato Schindilifà, raggiunse «all’ora ventitreesima» (le diciassette attuali) il casale di Laganadi, accolto dal parroco D. Antonio Abbate e, dopo aver adorato il SS. Sacramento, raggiunse poi la casa di D. Angelo D’Agostino dove venne ospitato nelle ore notturne. La mattina del giorno successivo dopo aver celebrata la messa visitò, secondo il cerimoniale, la custodia eucaristica con una pisside d’argento, e ordinò di provvedere, entro un mese, a dotarla di un nuovo conopeo di «tessuto pregiato» di idonea lunghezza. Nel visitare l’altare maggiore, ordinò che, entro due mesi venisse provvisto di una nuova pietra sacra delle dimensioni di venti once in lunghezza e di sedici once in larghezza e che in mancanza di questo adeguamento dovesse rimanere interdetto. Nel visitare poi il battistero ordinò che fosse pulito dalla sporcizia e in merito alle condizioni di tutta la chiesa ordinò di predisporre una antiporta per preservarla dall’irriverenza adeguando le dimensioni della porta maggiore, entro quattro mesi, oltre a sistemare una acquasantiera sulla parte sinistra. Nel visitare il nuovo confessionale ordinò che si apponesse la bolla con l’indice dei casi riservati come indicato nelle costituzioni sinodali e di disporre una nuova lamina di ferro nella parete lignea. La visita alla sacrestia fu dedicata agli oggetti sacri per i quali ordinò di non usare più il manipolo violaceo e di sostituirlo con uno nuovo, anche la palla doveva essere interdetta sino a quando non fosse foderata di seta nuova; ordinò poi di sostituire il messale romano antico con uno più recente. Ordinò inoltre di promuovere la devozione della Passione del Salvatore e di introdurre in detta chiesa l’esercizio della Via Crucis con le sue solite stazioni e immagini, da praticarsi il venerdì con l’intervento del popolo, concedendo per questa pratica quaranta giorni di indulgenza ai fedeli che avessero seguito devotamente detto esercizio. Ordinò che nella sacrestia venisse apposta una tabella con l’onere delle messe e un libro nel quale i sacerdoti celebranti potessero annotarne la soddisfazione. Infine, ordinò al parroco di predisporre, entro il mese di novembre, l’inventario dei beni e degli oneri di detta chiesa secondo quanto prescritto dall’Editto della S. Visita del 7 giugno 1757, e di provvedere a rilegare con pergamena i libri parrocchiali. (continua)













