Il 21 maggio 1639 si spegneva a Parigi, nel convento domenicano di rue Saint-Honoré, il filosofo e frate domenicano Tommaso Campanella. Originario di Stilo, in Calabria, la sua esistenza è stata segnata da una prolungata detenzione nelle carceri napoletane, durata quasi trent’anni in seguito all’accusa di aver guidato una congiura antispagnola. Nonostante le dure condizioni di prigionia, durante le quali sfuggì alla condanna a morte fingendosi incapace di intendere, Campanella ha prodotto opere centrali per il pensiero filosofico e teologico del Seicento, tra cui la “Città del Sole” e l'”Apologia pro Galileo”. Rilasciato grazie all’intervento di papa Urbano VIII, trascorse l’ultima fase della sua vita in Francia, dove poté curare la stampa dei suoi scritti al riparo dalle persecuzioni.
Le origini in Calabria e la detenzione a Napoli
Il 21 maggio del 1639 Tommaso Campanella moriva a Parigi, nel convento domenicano di rue Saint-Honoré, aveva settantuno anni e da cinque era finalmente libero…i ventisette precedenti li aveva trascorsi nelle carceri napoletane…praticamente una vita. Campanella era figlio di un ciabattino di Stilo, cittadina calabrese famosa per la sua “Cattolica”. A tredici anni era entrato nell’ordine dei domenicani, una delle poche porte che un ragazzo povero e intellettualmente dotato potesse varcare per accedere al sapere…di sé scrisse: «Io nacqui a debellar tre mali estremi: tirannide, sofismi, ipocrisia». Nel 1599, dopo una congiura fallita contro il dominio spagnolo, fu arrestato, torturato e condannato…alla fine si finse pazzo per sfuggire alla pena di morte: a Castel Sant’Elmo lo rinchiusero nella cosiddetta “fossa”, cioè un vano sotterraneo raggiungibile scendendo ventiquattro scalini, dove il prigioniero giaceva ferrato alla parete su paglia fradicia, con mezz’ora di luce concessa al giorno. In quelle condizioni disumane compose la Città del Sole, la Metafisica, l’Apologia pro Galileo, scrivendo su frammenti di carta passati dai carcerieri, che gli amici poi ricopiavano.
L’Apologia pro Galileo e il rapporto tra fede e scienza
L’Apologia è un’opera particolare…Campanella la compose tra il 1615 e il 1616, dal carcere, per difendere Galileo durante il primo processo, il suo argomento era schiettamente teologico: la natura è il primo codice scritto da Dio, in lettere vive; la Scrittura è il secondo, dato alla debolezza umana: studiarle entrambe significa avvicinarsi al Creatore per strade complementari, in questo anticipava di secoli una riconciliazione tra scienza e fede che la Chiesa, in quel momento storico, faticava a fare propria.
La liberazione e il ruolo di consulente per papa Urbano VIII
A liberarlo, nel 1626, fu l’interesse di papa Urbano VIII per l’astrologia: il pontefice lo volle accanto a se come consulente astrale, convinto che potesse proteggerlo dagli influssi funesti delle eclissi, proprio lo stesso Urbano VIII che nel 1631 avrebbe emanato la severissima bolla Inscrutabilis contro l’astrologia. Così, il filosofo che aveva cercato di distinguere la conoscenza dalla superstizione, dopo aver sperimentato prove disumane, si ritrovò infine al servizio delle paure del potere.
Gli ultimi anni in Francia e l’eredità intellettuale
Campanella morì lontano dalla sua Calabria, nella Parigi di Richelieu, lì aveva trovato accoglienza e soprattutto gli fu permesso di pubblicare: il figlio del ciabattino di Stilo aveva attraversato processi, torture, “fosse” sotterranee, ma nulla fermò la sua penna e il suo pensiero, il suo testamento, ancora oggi, brilla per originalità e ricercatezza ed è un vanto per tutta la Calabria.













