Una ricostruzione civica per un Paese frammentato

di Carmine Gelonese * – Consumato il passaggio del referendum costituzionale, si sono compiuti i riti politici e istituzionali previsti in caso di vittoria del “no”: dimissioni del premier Renzi, e nascita di un nuovo governo parlamentare, a guida Gentiloni, eletto a Costituzione vigente, quella che rimane dopo la vittoria del “no”; Costituzione che prevede che il Governo e il Presidente del Consiglio non siano eletti dal Popolo, ma dal Parlamento e dalle sue due Camere; con buona pace di chi in questi giorni, dopo essersi ipocritamente eretto a difensore della Costituzione, si straccia le vesti e minaccia di ritirarsi da sedi istituzionali e di riempire le piazze gridando al tradimento per un governo “non eletto dai cittadini”, dimenticando che la nostra è appunto una Democrazia parlamentare. E’ importante sottolineare questo dettaglio perché il passaggio referendario ci consegna un Paese sempre più conflittuale. La contrapposizione delle idee è distintiva della nostra Democrazia: pensiamo all’Assemblea costituente del 1948 con i suoi due blocchi contrapposti, agli anni di piombo… Ma finora sono sempre state decisive per la coesione nazionale la capacità di tutti di riconoscersi in una comune identità, e la presenza di interpreti di questa coesione nelle Istituzioni e nella Società, in alcuni casi fino al sacrificio personale. Molto opportunamente la rivista dell’AC “Segno” cita oggi le parole di Aldo Moro all’Assemblea costituente: «Se nell’atto di costruire una casa nella quale dobbiamo ritrovarci tutti ad abitare insieme non troviamo un punto di contatto, un punto di confluenza, veramente la nostra opera può dirsi fallita. Divisi – come siamo – da diverse intuizioni politiche, da diversi orientamenti ideologici, tuttavia noi siamo membri di una comunità, la comunità del nostro Stato, e vi restiamo uniti sulla base di un’elementare, semplice idea dell’uomo, la quale ci accomuna e determina un rispetto reciproco degli uni verso gli altri». Questo è ancora oggi il compito fondamentale dei Cattolici in Italia. Una ricostruzione civica, non solo nella politica ma nella società: famiglie, quartieri, stampa, associazioni, gruppi etnici, generazioni… un nuovo patto di cittadinanza, quell’”ascoltare cosa mi dice l’altro”, di cui parlava il Santo Padre qualche settimana fa, nelle famiglie, nei quartieri, nelle città, senza cercare l’urlo e la violenza magari per ottenere rendite di posizione. Non è un ragionamento teorico o “buonista”, ma ha a che vedere, per esempio nel nostro territorio, con cose molto concrete: sta nascendo la Città Metropolitana di Reggio Calabria. Da cristiani come la vogliamo? Come lavorare insieme per ruire un’identità comune su un’area molto vasta, carente di infrastrutture materiali e sociali, che non sia “reggiocentrica”, che sia effettivamente inclusiva? Occorre organizzarsi. D’altra parte per noi cristiani dovrebbe essere semplice: crediamo e operiamo nella Comunità dei salvati, non nella setta di chi la pensa come noi.
* Segretario della Consulta diocesana delle Aggregazioni Laicali

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