Ai Overview: A tre anni dalla scomparsa, avvenuta il 24 luglio 2023 all’ospedale di Reggio Calabria all’età di 88 anni, la figura di Otello Profazio rimane un tassello fondamentale nella storia della musica popolare meridionale. Originario di Rende e cresciuto a Pellaro, l’artista ha dedicato la sua lunga carriera al recupero e alla documentazione dei canti tradizionali, fondendo nelle sue esecuzioni l’impegno sociale, la satira e la religiosità delle comunità contadine. Il suo vasto repertorio discografico, in parte ancora inesplorato e oggi portato avanti da altri interpreti, testimonia il forte legame con il territorio calabrese, ricordato anche durante i funerali celebrati nel Duomo reggino, dove il suo lavoro è stato descritto come un punto di riferimento per la società.
L’anniversario della scomparsa
La Beata Vergine Maria passava per una strada nuova e vide un fabbro intento a forgiare tre chiodi pungenti. Otello Profazio mise in musica questa immagine della Passione nel 2017, a ottantadue anni: «Canto perché sento l’urgenza di dire delle cose, come fosse respirare o fare l’amore», spiegava. Il 24 luglio 2023 quella voce si è spenta all’ospedale di Reggio Calabria, aveva 88 anni, a tre anni dalla morte, vogliamo ricordare la sua persona e la sua arte.
Settant’anni dedicati ai canti popolari
Nato a Rende nel 1934, cresciuto a Pellaro, in riva allo Stretto, laureato in lettere classiche alla Sapienza con una tesi discussa suonando la chitarra, Profazio ha dedicato settant’anni ai canti popolari del Meridione: “Qua si campa d’aria” (1974) vendette oltre un milione di copie (record imbattuto nella musica folk) e nel 2016 arrivò il Premio Tenco alla carriera. Venticinque album, tredici anni alla conduzione del programma Rai “Quando la gente canta”. Ciò che lo distingueva era sicuramente la capacità di tenere insieme registri lontani…la satira politica, le frecciate ai governi, il dramma dell’emigrazione: in Mannaja all’ingegneri ironizzava sul fatto che senza la ferrovia nessuno sarebbe partito per l’America. E accanto a tutto questo la pietà popolare, i canti della Passione, le orazioni in dialetto che nelle campagne calabresi custodivano una fede incarnata nel quotidiano.
Tra religiosità e denuncia
L’album “L’orologio della Passione” (2017), che l’antropologo Vito Teti definì una «mappa canora e sonora della “pietà popolare” calabrese», raccoglie diciassette brani dove sacro e profano si fondono, il libro omonimo porta la prefazione del presbitero francescano Nazareno Fabbretti: «Ritengo Gesù una figura straordinaria. Potrei non credere nella sua divinità ma sono certo della sua grande Umanità», disse Profazio. Una fede inquieta, che conviveva con la denuncia: nel 1974 aveva inciso “Mafia e parrini”, canzone corrosiva sulla connivenza tra clero e criminalità organizzata.
Il dolore dei contadini traditi e il lamento per la Madonna Addolorata, nella sua voce, avevano la stessa intensità. Il sindacalista Turiddu Carnevali, ucciso dai latifondisti, in un suo celebre brano moriva «comu Cristu»; le due Calabrie (la fede e la rivolta) in Profazio erano inseparabili.
Il Folkstudio e gli inediti
Per quindici anni tenne la rubrica Profaziate sulla Gazzetta del Sud, fu cofondatore del Folkstudio di Roma, il locale di Trastevere dove passarono Rosa Balistreri e Giovanna Marini e dove poi si formarono De Gregori e Venditti, si esibì dal Canada all’Australia, portando ai calabresi emigrati le melodie di casa.
Nel 2018 rivelò che il 70% del suo materiale era ancora inedito…oggi quel patrimonio comincia ad affiorare: nel 2025 e 2026 sono usciti singoli e raccolte postume, da “La mamma dell’emigrante” ad “A curuna” con Rosa Balistreri. Peppe Voltarelli, il cantautore cosentino cui Profazio aveva consegnato il testimone (nel 2016 vinse la Targa Tenco con Voltarelli canta Profazio) porta avanti quella tradizione.
L’ultimo saluto nel Duomo di Reggio Calabria
Il 27 luglio 2023, nel Duomo di Reggio Calabria, il vicario don Pasqualino Catanese lo salutò nell’omelia: «Con la sua arte fu punto di riferimento per una società che ha bisogno di sognare e sperare»; sul sagrato, dopo le campane, risuonò “Qua si campa d’aria”. Chi lo conosceva racconta che «aveva un buon rapporto con il Cristo, era profondo nel suo credere»…quel canto ruvido, che per settant’anni aveva dato parole agli ultimi, nel silenzio della cattedrale continuava a risuonare come una preghiera.













