Avvenire di Calabria

Il 19 novembre è prevista la sentenza: venerdì i pm hanno chiesto la condanna a quasi due anni di reclusione per sindaco e altri imputati

Caso Miramare, quali scenari in caso di condanna?

A Palazzo San Giorgio si apre una fase di confronto in vista di eventuali nuovi assetti politici

di Francesco Chindemi

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La sentenza è prevista per il 19 novembre. Il processo di primo grado, con rito ordinario, legato all'affidamento dell'Hotel Miramare si avvia alle battute conclusive. Come non mai, la politica cittadina è in fermento, rispetto ai possibili scenari che potrebbero profilarsi da qui al prossimo mese, nel caso di un’eventuale condanna.


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Intanto, per il sindaco e gli altri amministratori coinvolti nell'affaire finito sotto la lente della magistratura è stato un weekend tutt'altro che sereno. E non solo alla luce della richiesta di condanna formulata dai pm Ignazitto e De Caria, al termine della requisitoria di venerdì. Ossia un anno e dieci mesi di reclusione per il primo cittadino Giuseppe Falcomatà e un anno e otto mesi per gli altri imputati. Ossia gli ex assessori comunali Saverio Anghelone, Armando Neri, Rosanna Maria Nardi, Giuseppe Marino, Giovanni Muraca, Agata Quattrone e Antonino Zimbalatti e per l'ex segretario comunale Giovanna Antonia Acquaviva, la già dirigente del settore "Servizi alle imprese e sviluppo economico" Maria Luisa Spanò e l'imprenditore Paolo Zagarella.

Caso Miramare, un confronto a Palazzo San Giorgio?

Sembra, infatti, che a Palazzo San Giorgio, il sindaco abbia chiesto l'avvio di un confronto anche in vista di una possibile condanna che, per effetto della "legge Severino", comporterebbe l'immediata sospensione per 18 mesi (o fino a sentenza definitiva) di Falcomatà e degli altri amministratori ancora in carica che sono imputati nel processo. In questo contesto, rientrerebbe anche la richiesta d'incontro che il vicesindaco Perna avrebbe rivolto allo stesso Giuseppe Falcomatà.

Il processo e l'accusa

Al centro del processo c'è l'affidamento del Grand Hotel Miramare, uno dei palazzi storici della città, all'imprenditore Paolo Zagarella. I fatti risalgono all'estate del 2015. La giunta comunale, con delibera, aveva assegnato la gestione all'imprenditore che durante la campagna elettorale del 2014 aveva messo a disposizione i propri locali per la segreteria di Falcomatà. Secondo l'accusa sindaco e assessori avrebbero violato «i doveri di imparzialità, trasparenza e buona amministrazione». Per i pm, la Giunta ha adottato una delibera con la quale «statuivano l'ammissibilità della proposta proveniente dall'associazione Il Sottoscala». Avrebbero dovuto, invece, predisporre un bando pubblico.

La requisitoria e la «regia del Sindaco»

«Il fine unico di questa vicenda - ha detto il pm Ignazitto nella requisitoria - è stato quello di assegnare questo immobile a un amico del sindaco Falcomatà».


PER APPROFONDIRE: Un anno dall’inizio del «secondo tempo», parla il sindaco Falcomatà


Gli imputati hanno spiegato che la delibera era un atto di indirizzo. Ma per la Procura, «non c'era nessun atto di indirizzo, ma un atto di immediata concessione: il gioiello di famiglia si era trasformato in un affare di famiglia. Non è stata mala-gestio, ma una gestio finalizzata a raggiungere un determinato obiettivo e il sindaco è stato il regista».

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