Celebrazione dei defunti a Reggio Calabria, l’arcivescovo Fortunato Morrone invita a riscoprire il valore della vita come dono

Durante la Messa al cimitero di Condera, l’arcivescovo Morrone ha parlato del mistero della morte e della fede in Gesù, «il vivente», che trasforma il dolore in promessa di vita eterna
Messa Condera 2 novembre 2025

Di fronte al mistero della fine della vita e al silenzio composto del cimitero di Condera, gremito per la Commemorazione dei Fedeli Defunti, l’arcivescovo Fortunato Morrone ha offerto una riflessione profonda sulla vita, la morte e la fede in Cristo risorto.



Il mistero della vita e la domanda radicale di fronte alla morte

Di fronte al mistero della fine della vita e al silenzio composto del cimitero di Condera, gremito per la Commemorazione dei Fedeli Defunti, ritorna una domanda radicale, la stessa che l’arcivescovo Fortunato Morrone ha posto ai fedeli e alle autorità civili e militari presenti, dopo aver ringraziato chi si impegna ogni giorno per rendere la convivenza «un tantino più vivibile, più godibile, un tantino più umana». Una domanda, ha premesso, «retorica», ma ineludibile: «Ma che ci facciamo qua?».

Il dramma del nulla e la speranza che resiste

Partendo da questo interrogativo esistenziale, l’arcivescovo ha esplorato il «dramma del nulla». Se la vita umana, con le sue relazioni e i suoi affetti, dovesse semplicemente risolversi nella «polvere cosmica», allora tutto perderebbe di significato. «Se questo è vero», ha provocatoriamente affermato Morrone, «le persone amate… sono nulla». Ma l’animo umano non si rassegna a questa prospettiva. «Io scommetto che non è così», ha rilanciato, sottolineando come in ogni persona vi sia «qualcosa di insopprimibile» che istintivamente «ci ribella alla morte».

Gesù, il vivente: la risposta cristiana al mistero della morte

Questo anelito alla vita, ha spiegato l’arcivescovo, trova la sua risposta nell’evento cristiano: la differenza è una persona, «Gesù il vivente». L’arcivescovo Morrone ha però messo in guardia dal banalizzare questa affermazione, ricordando come la vita di Cristo, da un punto di vista umano, «si è conclusa con un fallimento: è stato crocifisso». Un uomo che ha sperimentato l’agonia e il grido di abbandono: «Perché mi hai abbandonato?».

La Risurrezione, dichiarazione d’amore di Dio per l’uomo

È proprio in quel fallimento, nell’umanità di chi «ha amato fino in fondo» ed «è stato una benedizione», che Dio interviene. La Risurrezione, quindi, non è un artificio magico: è, piuttosto, la solenne dichiarazione di Dio Padre che, di fronte alla vita donata del Figlio, afferma: «In questa vita, che è la vita di Gesù, io mi ci ritrovo». Dio, ha sintetizzato l’arcivescovo, si schiera dalla parte di quell’uomo. Credere in questo, e scommettere la propria esistenza su questa logica, è la fede cristiana.

La vera vita è dono, non possesso

La vera vita, dunque, non è quella che si trattiene gelosamente. Citando il Vangelo, Morrone ha ricordato che chi «pensa di salvare la propria vita così, trattenendola, fallirà, la perderà». La Commemorazione dei Fedeli Defunti diventa, quindi, un richiamo a «stare in piedi» – vero significato del verbo “risorgere” – e a vivere non per il possesso, ma per il dono. È questa la via dell’amore che Gesù ha indicato come «amors, non morte».

Vivere all’altezza del Figlio di Dio

Nella parte conclusiva della sua omelia, Morrone ha invitato tutti a vivere «all’altezza del Figlio di Dio, Gesù, l’unica umanità bella che sta in piedi, che ha vita e dona sempre vita».

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