Disoccupazione: servono aiuti ai «working poor»

Il reddito di cittadinanza è il “cavallo di battaglia” del M5S: una misura assistenziale presente in tutti i paesi dell’Unione europea, salvo Grecia e Italia.

L’espressione “reddito di cittadinanza” ricomprende misure eterogenee, che oscillano tra due poli: da un lato, una misura minimalista e selettiva (reddito minimo garantito), che consiste in un sostegno economico pari al “minimo vitale”, destinato solo a coloro che versino in condizioni di effettivo bisogno (in questa ipotesi rientrerebbe il Rei). Dall’altro, una versione massimalista, che consiste nell’attribuire a tutti i cittadini – indipendentemente dalle loro condizioni personali o sociali – risorse economiche sufficienti a realizzare un proprio progetto di vita (”basic income”).

Mentre la prima versione (Rmg) è legata a ragioni di giustizia distributiva, la seconda (Bi) risponde all’esigenza di garantire a tutti di avere un minimo di mezzi reali per realizzare il proprio progetto di vita. L’attuale proposta governativa si colloca tra questi due poli, avvicinandosi di più al Rmg, sebbene includa in sé il Rei e aumenti il numero dei beneficiari. Si prevede, infatti, di erogare una somma di denaro – 780 euro al mese per una persona sola – ai cittadini italiani e agli stranieri residenti in Italia da almeno 10 anni aventi determinati requisiti.

Sembra, inoltre, che i beneficiari dovranno adempiere ad alcuni obblighi: iscriversi al Centro per l’impiego; dedicare almeno 8 ore settimanali a lavori socialmente utili; accettare una delle prime 3 offerte di lavoro pervenute. La prima obiezione che solitamente si muove all’introduzione di simili misure è di ordine giuridico. Nel nostro ordinamento, infatti, lo ius existentiae non è garantito universalmente a qualsiasi cittadino, ma riservato al solo lavoratore, per mezzo di un’equa retribuzione o con forme di sostegno al reddito. Tuttavia, il lavoro, posto a fondamento della Repubblica, ha perso i connotati propri a cui facevano riferimento i Padri costituenti, essendosi progressivamente “precarizzato” con un aumento esponenziale dei “working poors”, che non riescono né a conquistarsi una posizione sociale, né ad ottenere una retribuzione e una protezione sociale adeguate. I “lavoratori poveri” e i disoccupati “incolpevoli” sono i nuovi soggetti deboli, ovviamente non considerati dai Costituenti, che credevano nella possibilità di raggiungere presto la piena occupazione, anche se Mortati aveva già previsto forme di sostegno al reddito come un «risarcimento per mancato procurato lavoro»: si tratterebbe, di giustizia correttiva, che connoterebbe la misura in questione come “costituzionalmente necessaria”. Non sorprende, allora, che l’introduzione del Rmg sia stata più volte chiesta anche dalle istituzioni europee. Un’altra possibile obiezione è di ordine morale: è giusto che lo Stato provveda a coloro che, abili al lavoro, di fatto non contribuiscono «al progresso materiale o spirituale della Repubblica»?

Risuona qui l’imperativo paolino: «Chi non vuol lavorare, neppure mangi» (2Ts 3,10). Ma non bisogna dimenticare che i beneficiari non sono gli “oziosi”, bensì i disoccupati “incolpevoli” o i «working poors», ai quali la Repubblica deve garantire lo ius exsistentiae.

Per questo sono previste “controprestazioni” a contenuto sociale richieste ai beneficiari, a titolo di onere, nella nuova logica del Welfare “generativo”. L’ideale – per ragioni di omogeneità e solidarietà continentale – sarebbe l’istituzione di un reddito di cittadinanza direttamente a livello europeo.

Ma la vera meta sempre più difficile da raggiungere resta la piena occupazione, indispensabile a tutti per un’esistenza libera e dignitosa.

* assegnista di ricerca Università Mediterranea

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