Avvenire di Calabria

Domani è il Giorno del ricordo, un momento di memoria civile nazionale italiana che ricorda i massacri delle foibe: è associato il rilascio di una medaglia commemorativa destinata ai parenti delle persone soppresse e infoibate

Foibe, la storia di un Beato tra le vittime

Nel periodo immediatamente successivo al maggio 1945 le autorità filo-jugoslave s’industriavano a sequestrare i registri parrocchiali, si proibiva ai sacerdoti di avvicinare la gioventù, soprattutto maschile, e di seguire l’Azione Cattolica

di Pasquale Triulcio

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Foibe, la storia di un Beato tra le vittime. Domani è il Giorno del ricordo, un momento di memoria civile nazionale italiana che ricorda i massacri delle foibe

Foibe, la storia di un Beato tra le vittime

Il Giorno del ricordo, celebrato il 10 febbraio di ogni anno, è una memoria civile nazionale italiana che ricorda i massacri delle foibe e l'esodo giuliano dalmata. Istituita con la legge 30 marzo 2004 n. 92, vuole "conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell'esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale". Al Giorno del ricordo è associato il rilascio di una medaglia commemorativa destinata ai parenti delle persone soppresse e infoibate in Istria, a Fiume, in Dalmazia o nelle province dell'attuale confine orientale dall'8 settembre 1943, data dell'annuncio dell'entrata in vigore dell'armistizio di Cassibile, il 10 febbraio 1947, giorno della firma dei trattati di pace di Parigi. Sono esclusi dal riconoscimento coloro che sono stati uccisi mentre facevano volontariamente parte di formazioni non a servizio dell'Italia. La data prescelta è il giorno in cui, nel 1947, furono firmati i trattati di pace di Parigi, che assegnavano alla Jugoslavia l'Istria, il Quarnaro, la città di Zara con la sua provincia e la maggior parte della Venezia Giulia, in precedenza facenti parte dell'Italia.


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Il 6 maggio 1945 i vescovi di Gorizia e Trieste in una “Dichiarazione” congiunta inviata a monsignor Domenico Tardini affinché la inoltrasse al segretario dell’ONU a New York, denunciavano la deportazione di migliaia di italiani dalla Venezia Giulia nel maggio dell’anno precedente, e come nel settembre 1943 e nel maggio 1945 «molte centinaia di italiani erano stati gettati nelle foibe, senza processo, solo perché italiani, e così furono uccisi». Grande impressione destò la violenza subita dalle donne. La giovane Norma Cossetto dopo abusi con atroci sofferenze, assieme ad altri 26 compagni di sventura era stata sbrigativamente processata e condannata a morte. I morituri legati e scortati venivano condotti alla foiba di Villa Surani, ove dovevano esser precipitati. Norma, pur non reggendosi ormai in piedi, subiva ulteriori violenze. Analoga a quella di Norma, era la sorte delle tre sorelle Radecca: Albina, di 21 anni e in stato di gravidanza, Caterina, 19 anni, e Fosca, di appena 17 anni. Dai corpi recuperati emergeranno segni di orrende mutilazioni: è così per il parroco di Villa di Rovigno Angelo Tarticchio, rinvenuto nudo nella foiba di Lindaro, con i genitali in bocca ed in testa una corona di spine. Lo seguirà qualche anno dopo il beato don Francesco Bonifacio.

Nel periodo immediatamente successivo al maggio 1945 le autorità filo-jugoslave s’industriavano a sequestrare i registri parrocchiali, si proibiva ai sacerdoti di avvicinare la gioventù, soprattutto maschile, e di seguire l’Azione Cattolica, ritenuta un’organizzazione decisamente italiana. Nel mirino dell’OZNA finiva anche il giovane sacerdote don Francesco Giovanni Bonifacio. Proclamato beato il 4 ottobre 2008 nella cattedrale di San Giusto e definito «il primo martire delle foibe». Nel suo “Diario” aveva scritto: «chi non ha il coraggio di morire per la propria fede è indegno di professarla». Il pomeriggio dell’11 settembre 1946, don Francesco si mette in cammino verso Grisignana dove lo attendeva per la confessione don Giuseppe Rocco, giunto nei pressi di Villa Gardossi, veniva fermato da due uomini (a cui si uniranno altri due) che lo costringevano a seguirlo. Egli pregava Dio per lui ed i suoi persecutori ormai divenuti assassini. Colpito al viso con un sasso, prima di perdere coscienza si faceva la croce. Veniva finito con due coltellate alla gola ed il suo corpo gettato in una foiba della campagna di Grisignana. Aveva appena compiuto trentaquattro anni.


PER APPROFONDIRE: Il giorno del ricordo: la Chiesa, le foibe, i martiri


Il 24 agosto 1947 a Lanischie, venivano aggrediti don Miroslav Bulesic e monsignor Jakob Ukmar, amministratore apostolico per la zona della Diocesi di Trieste e Capodistria soggetta all’occupazione delle truppe jugoslave. Alla furia omicida scampava il parroco don Stefano Cek. Se l’Ukmar riusciva a sopravvivere nonostante il pestaggio, il processo sommario e la condanna ad un mese di carcere come “provocatore”, una sorte diversa toccava a don Miroslav. Al ventisettenne sacerdote, aggredito da un uomo che era andato a cercarlo con la scusa di avere dei bambini nascosti da cresimare, veniva recisa la carotide. Moriva qualche ora dopo. “O tu che ignaro passi, per questo Carso forte, ma buono, fermati sosta su questa grande tomba! È un calvario con il vertice sprofondato nelle viscere della terra. Qui nella primavera del 1945, fu consumato un orrendo olocausto a guerra finita! Nell‘abisso fummo precipitati a centinaia, crivellati da piombo e straziati dalle rocce. Nessuno ci potrà mai contare! Avidità di conquista, odio e vendetta congiurarono e infierirono contro di noi. Per viltà gli uomini non ci hanno reso giustizia. Ce l‘ha resa Dio accogliendo i nostri spiriti, purificati da tanto martirio. O tu che, ora non più ignaro scenderai da questo Carso, ricorda e racconta la nostra tragedia”. Queste parole incise su una lapide, collocata all‘interno del Sacrario Nazionale di Basovizza, davanti alla quale ho potuto pregare, possano imprimersi nel cuore di chi legge, per non dimenticare.


* Docente di Storia della Chiesa

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