Ai Overview: A 191 anni dalla nascita, la figura di Giuseppe Benassai offre uno spaccato documentale sulla transizione artistica e industriale italiana dell’Ottocento. Nato a Reggio Calabria, Benassai ha iniziato il suo percorso professionale come orafo per poi formarsi nella pittura paesaggistica tra Napoli, Roma e Firenze, frequentando i circoli dei Macchiaioli. Il suo percorso si è progressivamente orientato verso l’applicazione dell’arte ai processi industriali, portandolo ad assumere la direzione artistica della Manifattura Ginori a Doccia. Nonostante i riconoscimenti istituzionali ottenuti in vita e gli incarichi governativi all’estero, gran parte della sua produzione è andata dispersa in collezioni private. Si attende ora la riapertura del Museo Ginori di Sesto Fiorentino per una nuova esposizione al pubblico delle sue maioliche.
Dalla bottega orafa reggina agli studi da autodidatta a Roma
Sul Corso Garibaldi di Reggio Calabria, incastonata nel palazzo Rognetta, è visibile una lapide che ricorda Giuseppe Benassai, pittore, nato in quella casa il 20 luglio 1835, esattamente 191 anni fa. Figlio di Pietro e Caterina Rognetta, da ragazzo Benassai conobbe la povertà e si avviò al mestiere di orafo, seguendo una tradizione di famiglia. Fu il pittore reggino Ignazio Lavagna Fieschi a scorgervi un talento e a indirizzarlo a Napoli, alla scuola di Salvatore Fergola, ma la permanenza durò poco: la polizia borbonica, informata da un delatore delle tendenze libertarie dei Benassai, lo rispedì a Reggio. Così nel 1857 riparò a Roma, dove studiò da autodidatta e ritrasse la campagna circostante, paesaggi che Galassi Paluzzi definì «rude, selvaggia, tagliente», ma di quelle tele, purtroppo, non è sopravvissuta neppure una.
I Macchiaioli a Firenze e i viaggi in Egitto per il canale di Suez
Dopo l’Unità si stabilì a Firenze, dove frequentò Telemaco Signorini e i circoli dei Macchiaioli, strinse amicizia con Domenico Morelli e, attraverso lo storico Pasquale Villari, si aprì all’ambiente giornalistico: collaborò con «La Nazione» di Firenze e con «La Patria» di Napoli, scrivendo di critica d’arte e del rapporto tra arti e istruzione, poi, nel 1868 il premio governativo per il paesaggio premiò La Quiete, la grande tela visibile ancora oggi alla Pinacoteca civica di Reggio Calabria. Il governo lo mandò poi in Egitto, nel 1869, per l’inaugurazione del canale di Suez: ne ricavò vedute del Nilo, tramonti nel deserto, tende di beduini, presentate alle esposizioni di Parma, Vienna, Napoli.
L’Esposizione parigina e il passaggio alla Manifattura Ginori
La svolta fu l’Esposizione universale di Parigi del 1867, che lo entusiasmò per il rapporto tra arte e industria, così Benassai ne scrisse in un saggio dedicato a Villari, Le arti, lo Stato e le industrie nazionali (1868), e passò dalle parole ai fatti: dal 1873 divenne il primo direttore artistico della Manifattura Ginori a Doccia, portando il paesaggismo naturalistico sulla maiolica. In seguito creò vasi monumentali e coppe decorate con le quattro parti del mondo, fondò una scuola di disegno per gli operai di Sesto Fiorentino, questo significò abbandonare la tela per la ceramica, la libertà della pittura en plein air per la disciplina della fabbrica: una scelta rara per l’epoca, quando le cosiddette arti minori restavano in fondo alla gerarchia accademica.
L’oblio della critica postuma e le opere disperse
Morì di apoplessia a Reggio Calabria il 5 dicembre 1878, a quarantatré anni, purtroppo la critica lo dimenticò in fretta. Oggi si conoscono appena ventotto opere e diciannove studi, il resto è disperso in collezioni private, tra famiglie che (come scrive la Fondazione Nazionale delle Comunicazioni, promotrice di un progetto di ricerca sui suoi “quadri perduti”) «le conservano quasi nascoste, senza alcun intento commerciale», qualche tela forse si trova ancora al Cairo, qualche maiolica nella raccolta Richard-Ginori, in Svizzera.
I restauri al Museo Ginori e l’anticipazione sul design industriale
Il Museo Ginori di Sesto Fiorentino, chiuso dal 2014, è attualmente in restauro, ma tra le sue collezioni ci sono le maioliche che Benassai decorò negli ultimi anni di vita. Quando riaprirà, sarà anche l’occasione per ricordare un artista che attraversò la Calabria borbonica, la Roma risorgimentale, la Firenze dei Macchiaioli e le fornaci di Doccia, inseguendo un’idea che anticipava di un secolo il dibattito sul design italiano: che l’arte potesse entrare nella fabbrica e dare dignità al lavoro.













