I ”nuovi” italiani, fondamentali nell’inverno demografico

L’immigrazione può dare un contributo alla capacità produttiva dell’Italia, l’importante è che le persone che arrivano abbiano delle competenze di alto livello. Inoltre occorre promuovere l’integrazione e la formazione di chi proviene da altri paesi. È uno dei messaggi lanciati dal Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco nelle Considerazioni finali. «Da qui al 2030 – ha sottolineato – senza il contributo dell’immigrazione, la popolazione di età compresa tra i 20 e i 64 anni diminuirebbe di 3 milioni e mezzo, calerebbe di ulteriori 7 nei successivi quindici anni. Oggi, per ogni 100 persone in questa classe di età ce ne sono 38 con almeno 65 anni; tra venticinque anni ce ne sarebbero 76. Queste prospettive sono rese più preoccupanti dall’incapacità del Paese di attirare forze di lavoro qualificate dall’estero e dal rischio concreto di continuare anzi a perdere le nostre risorse più qualificate e dinamiche».

Alla fine del 2018 gli stranieri erano pari all’8,7 per cento della popolazione, 0,2 punti percentuali in più rispetto all’anno precedente, e sostanzialmente in linea con la media dell’Unione europea. Tra gli immigrati la quota di laureati è meno della metà di quella nell’Unione «Dai primi anni Novanta in Italia il numero degli immigrati supera ogni anno quello degli emigrati – ha spiegato Visco – dopo un lieve calo durante la crisi dei debiti sovrani, il saldo ha continuato a salire, portandosi nel 2018 a quasi 190.000 persone, lo 0,3 per cento della popolazione. La quota di laureati tra gli stranieri, pari a quasi il 13 per cento, è meno della metà di quella media registrata nell’Unione». Il dossier immigrazione va letto in parallelo con altri due aspetti. Il primo: la fuga dei cervelli, ovvero i giovani che una volta laureati vanno a cercare lavoro all’estero. Il secondo: l’andamento demografico del Paese. «Se alziamo lo sguardo oltre l’orizzonte della congiuntura – ha continuato Visco – non possiamo ignorare il rischio, implicito nelle tendenze demografiche, di un netto indebolimento della capacità produttiva del Paese e la prospettiva di una forte pressione sulle finanze pubbliche». Il Mezzogiorno è stato colpito in maniera più forte dalla crisi economica e i giovani laureati continuano a lasciare il Sud. Lo afferma il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, nelle Considerazioni finali.
 
«Le difficoltà italiane – sottolinea Visco – sono amplificate nel Mezzogiorno, che ha risentito della doppia recessione più del resto del Paese”. Nelle regioni meridionali “deve innanzitutto migliorare l’ambiente in cui le imprese svolgono la propria attività, in primo luogo con riferimento alla tutela della legalità. È più ampio il ritardo tecnologico da colmare: la quota del valore aggiunto riferibile all’economia digitale, prossima al 2,5%, è inferiore di oltre tre punti a quella del Centro Nord». «Nel Mezzogiorno – spiega il governatore – vive circa un terzo della popolazione italiana e si produce quasi un quarto del Pil. Le regioni meridionali stanno subendo un ulteriore impoverimento per l’emigrazione delle loro risorse più giovani e preparate, in massima parte verso il Centro Nord del paese. Negli ultimi 10 anni il saldo migratorio complessivo è stato leggermente positivo, ma si è osservato un sensibile deflusso netto di giovani laureati. È una tendenza che comporta costi sociali immediati e che condiziona negativamente le prospettive di sviluppo».

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