Ai Overview: A cinquantuno anni di distanza, l’omicidio del magistrato Francesco Ferlaino, avvenuto a Lamezia Terme il 3 luglio 1975, rimane una grave ferita aperta e uno dei numerosi delitti irrisolti legati alla criminalità organizzata in Calabria. Ferlaino, avvocato generale della Corte d’Appello di Catanzaro, venne colpito a morte davanti alla propria abitazione in un agguato che ha segnato la storia giudiziaria del territorio. Il suo lavoro investigativo si era concentrato sui complessi legami tra le cosche locali e le logge deviate, oltre che sull’azione di contrasto all’anonima sequestri, esponendolo a concreti rischi che lui stesso aveva denunciato al Consiglio Superiore della Magistratura poco prima dell’omicidio. Oggi, il ricordo del suo rigore istituzionale e della sua radicata fede cattolica viene mantenuto vivo attraverso le testimonianze dei familiari e le iniziative sul territorio, mentre prosegue la richiesta di una verità giudiziaria definitiva.
L’agguato mortale e il triste primato
Cinque figli lo aspettavano per il pranzo: era il 3 luglio 1975, poco dopo le 13.30, e Francesco Ferlaino scendeva dalla Fiat 124 di servizio davanti alla sua abitazione su Corso Nicotera, a Nicastro, oggi Lamezia Terme. Da una traversa sbucò un’Alfa Romeo amaranto, dal finestrino posteriore partirono due scariche di lupara alla schiena. Il magistrato, 61 anni, avvocato generale della Corte d’Appello di Catanzaro, cadde sul marciapiede a pochi passi dal portone di casa.
Oggi ricorrono cinquantuno anni da quell’agguato: Ferlaino fu il primo magistrato ucciso dalla ‘ndrangheta in Calabria, nessuno ha mai pagato per la sua morte.
La figura del giudice tra famiglia, fede e magistratura
La figlia Rosetta, intervistata dal Lametino nel 2025, lo ha ricordato così: «È stato un padre molto presente, capace di aiutare i figli in tutte le varie circostanze della vita. Ci ha sempre indirizzati al compimento del proprio dovere, alla solidarietà e al rispetto per gli altri»; e sulla sua fede: «Era molto religioso. Ogni mattina andava a messa ed era molto devoto alla Madonna».
Uomo colto, fine latinista, presidente dell’Azione Cattolica della sua città, Ferlaino era nato a Conflenti il 23 luglio 1914; entrato in magistratura nel 1943, aveva presieduto alla Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro il processo alla mafia palermitana per la strage di Ciaculli, trasferito in Calabria per legittimo sospetto; in parallelo colpiva l’«anonima sequestri» calabrese e chiedeva misure di prevenzione contro i boss locali.
L’audizione al CSM e il nodo giustizia
La sua lungimiranza andava oltre: come hanno ricostruito Nicola Gratteri e Antonio Nicaso in «Storia segreta della ‘ndrangheta», il giudice aveva colto il nesso tra criminalità organizzata e massoneria deviata che in quegli anni stava trasformando le cosche in un sistema di potere infiltrato nelle istituzioni. Poco prima dell’omicidio, una commissione del CSM lo aveva audito: Ferlaino aveva denunciato di trovarsi esposto a grossi rischi e di non poter fare i nomi di personaggi altolocati. La relazione della commissione, 45 cartelle, sparì dallo studio romano di un consigliere nel novembre 1975.
Giustizia negata due volte, dal delitto e dall’assenza di colpevoli. I sospettati Pino Scriva e Antonio Giacobbe furono assolti per insufficienza di prove. Per il cinquantesimo anniversario il presidente Mattarella ha scritto: «Ricordare il suo spietato omicidio ci esorta a continuare a opporci senza sosta a quanti disprezzano i valori della società democratica» e il presidente dell’ANM Parodi, a Lamezia Terme, ha aggiunto: «chi perde la vita per il suo impegno, come Francesco Ferlaino, avrebbe diritto alla giustizia».
Il legame che unisce Ferlaino ad Antonino Scopelliti, il sostituto procuratore di Cassazione ucciso nel 1991 a Campo Calabro, racconta sedici anni di solitudine della magistratura calabrese di fronte alla ‘ndrangheta, entrambi i delitti sono rimasti senza colpevoli.
Il segno sul territorio per non dimenticare
A Lamezia la memoria resiste: la Fondazione Trame e l’ANM hanno posato una stele sul luogo dell’agguato, nel luglio 2025 un’aula del Tribunale è stata intitolata a Ferlaino. A Conflenti un murale dell’artista Sirelli ritrae il giudice con la nipotina e la diocesi, guidata da monsignor Parisi, partecipa alle commemorazioni richiamando il legame tra la fede del magistrato e il suo servizio civile: «Lo hanno voluto fermare, non so dire per che cosa, ma di sicuro per il suo lavoro l’hanno ucciso», dice Rosetta. 51 anni dopo, tutti aspettiamo ancora una verità che lo Stato non è riuscito a dare.













