Il legame tra deforestazione e crisi climatica: l’analisi di Giuseppe Bombino sui boschi calabresi

Giuseppe Bombino

In occasione della Giornata mondiale della foresta pluviale, abbiamo intervistato Giuseppe Bombino, docente dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria ed esperto di ambiente, territorio e aree protette. Insieme a lui abbiamo parlato del legame tra deforestazione, biodiversità e crisi climatica, ma anche delle ricadute sul Mediterraneo, sulla Calabria e sull’Aspromonte. Alla vigilia della stagione più critica per gli incendi boschivi, Bombino richiama la necessità di una cura attiva del territorio, capace di tenere insieme tutela degli ecosistemi, prevenzione, presenza umana nelle aree interne e nuova cultura della sostenibilità.

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Professore Bombino, qual è il legame tra deforestazione e crisi climatica?

Il legame è assai profondo e bidirezionale, come un circuito di retroazione positiva. Le foreste sono formidabili “regolatori” contro il riscaldamento globale, poiché attraverso la fotosintesi, l’ecosistema assorbe anidride carbonica dall’atmosfera trasformandola in biomassa (restituendo ossigeno). La scomparsa di questa “epidermide” vegetale interrompe questo processo e rilascia immediatamente nell’atmosfera tutto il carbonio accumulato in decenni o secoli, sia attraverso la combustione diretta (come nel caso degli incendi boschivi), sia attraverso la decomposizione della materia organica. Si stima che la deforestazione globale contribuisca per circa il 10-15% alle emissioni totali di gas serra. Inoltre, la riduzione della superficie forestale, compromette, nel futuro, la capacità del pianeta di assorbire CO₂ accelerando il cambiamento climatico. Non diremo, in questa sede, se la responsabilità della specie umana sia da ricercare nella causa della crisi climatica o nella incapacità di mitigare gli effetti generati dalla stessa. Io appartengo alla seconda corrente di pensiero, atteso che l’origine e la causa del cambiamento climatico risiede in fattori non condizionabili dall’uomo. È responsabilità dell’uomo, invece, adottare modelli comportamentali in grado di contenerne gli effetti, e la deforestazione rappresenta proprio ciò che non si dovrebbe fare, per aumentare la resilienza delle specie vegetali e animali che popolano il Pianeta, compresa la nostra. Infatti, assieme alle altre specie, tra le “vincitrici” e le “perdenti”, figura anche la nostra, e se vi è un’urgenza che attende la Ricerca, la Scienza, i Governi e le Istituzioni, è quella, semmai, di adoperarsi per migliorare la funzionalità ecologica dei boschi e delle foreste, incrementare l’efficienza degli ecosistemi naturali, già ampiamente disturbati dalle pressioni antropiche ed indeboliti dalla continua sottrazione e semplificazione degli habitat. Le tendenze climatiche in atto determineranno uno spostamento verso latitudini maggiori o altitudini più elevate delle condizioni climatiche e ambientali tipiche dell’area mediterranea. Gli ecosistemi che conosciamo tenderanno a “migrare” verso l’Europa centro occidentale e settentrionale, o in quota, verso le alture delle catene montuose che si staccano intorno al Mediterraneo. Ed essendo la rapidità del cambiamento di gran lunga superiore alla velocità con cui le specie vegetali riescono a conquistare e colonizzare nuovi spazi, c’è da attendersi una progressiva “disgregazione” o “trasformazione” degli ecosistemi forestali; di talché alcune specie potranno migrare in aree più adatte, altre saranno destinate all’estinzione, almeno alla scala locale. La disgregazione dell’habitat potrebbe causare il cosiddetto fenomeno del “disadattamento”, dovuto all’impossibilità di mettere in atto “dispositivi biologici” di adattamento in così breve tempo, atteso che la formazione di un ecosistema richieda alcuni secoli.

Deforestazione significa anche perdita di biodiversità. Cosa perdiamo quando scompare una foresta?

Quando scompare una foresta, perdiamo molto più di un insieme di alberi. Perdiamo un intero sistema di relazioni ecologiche, composto da migliaia di specie animali, vegetali, fungine e microbiche. Nella opinio recepta le minacce alla biodiversità coincidono, spesso, con una specie divenuta “simbolo” e “sintesi” della scellerata azione dell’uomo; si pensi, ad esempio, alle specie più “iconiche” come il Panda (emblema, peraltro, di conservazione globale) nella foresta asiatica sud-occidentale, alla Tigre asiatica, al Rinoceronte in Africa e in Asia meridionale). In realtà le specie minacciate a causa della deforestazione sono diverse migliaia. Molte di queste specie sono endemiche, cioè non esistono in nessun altro luogo al mondo se non nel distretto biogeografico in cui si rinvengono. Perdiamo potenziali farmaci (la maggior parte dei principi attivi usati in medicina proviene da organismi “selvatici”), riduciamo gli impollinatori fondamentali per l’agricoltura e non solo, modifichiamo il ciclo dell’acqua e del suolo. Un ecosistema forestale integro è capace di rispondere e adattarsi a stress ambientali. Quando viene frammentato, spessato e impoverito, diventa fragile, isolato, più vulnerabile. In sintesi, perdiamo un patrimonio genetico e funzionale insostituibile, che è il risultato di milioni di anni di evoluzione.

Venendo alla Calabria e all’Aspromonte: che cosa ci insegnano i nostri boschi sul rapporto tra uomo, ambiente e cura del territorio?

I boschi di Calabria e dell’Aspromonte sono un laboratorio a cielo aperto di una relazione storica complessa. Ci insegnano che l’uomo non è necessariamente un nemico dell’ambiente, ma può esserne un custode attivo. Per secoli, le comunità locali hanno gestito il territorio con pratiche agro-silvo-pastorali che hanno plasmato un paesaggio diversificato e stabile: la ceduazione controllata, il pascolo rotazionale, la raccolta dei frutti del sottobosco. Queste attività, lungi dall’essere distruttive, mantenevano una struttura del bosco più aperta e meno soggetta ad accumulo di combustibile, prevenendo incendi catastrofici. Oggi, con l’abbandono di queste pratiche, il bosco si “chiude”, il sottobosco si accumula e la biodiversità stessa cambia. L’insegnamento è che la “cura” del territorio è un’azione attiva: abbandonare non significa necessariamente lasciare intatto, ma creare, spesso, le premesse per gli incendi, la cui frequenza e magnitudo divengono sempre più marcate, anche causa dell’estremizzazione del regime termometrico. Si pensi, ad esempio, al ruolo del bosco nella difesa del suolo. La Calabria e, in particolare, l’Aspromonte, sono l’espressione di “tormento” geo-tettonico e orografico di una regione “idro-geomorfologicamente irrequieta”, alla continua ricerca di un equilibrio per “restare” nel tempo, per non farsi trascinare dalla gravità. La drammatica ricorrenza con cui intere porzioni di territorio vengono ferite dagli effetti delle precipitazioni impone una profonda riflessione. Risultano disastrosi anche eventi di pioggia privi del carattere di “straordinarietà o eccezionalità” (come spesso erroneamente si vuol far credere). Se si opera un’analisi degli eventi alluvionali che negli ultimi decenni hanno interessato la Calabria, si evidenzia come, a parità di evento meteorologico, la risposta del territorio sia stata nel tempo sempre più intensa e severa. Ancora una volta, dunque, il pensiero ritorna al bosco, alla sua azione protettiva contro gli estremi pluviometrici, quelli che, in passato, proprio a causa delle continue spoliazioni perpetrate ai danni della superfice forestale, hanno causato morte e distruzione. Al bosco e all’Uomo, pertanto, è demandata la funzione di presidio delle aree urbanizzate poste a valle.

In Calabria ci prepariamo a entrare nel vivo della stagione degli incendi. Qual è il collegamento tra crisi climatica, abbandono delle aree interne e rischio incendi?

Il collegamento è una “tempesta perfetta”. La crisi climatica, con l’aumento delle temperature medie e la maggiore frequenza di ondate di calore e siccità prolungate, crea le condizioni ideali per lo sviluppo e la propagazione degli incendi: la vegetazione diventa secca e altamente infiammabile. L’abbandono delle aree interne, purtroppo, ha un duplice effetto devastante. Da un lato, l’accumulo di “biomassa combustibile”; dall’altro, viene a mancare quella parte di “Umanità” che si prendeva cura del territorio, con molteplici attività, quali il pascolo, la selvicoltura, la manutenzione delle opere idrauliche agrarie e forestali, dei sentieri e delle fasce tagliafuoco. Attività, queste, che contribuivano, tra l’altro a ridurre il carico di combustibile e a regimare e ottimizzare la risorsa idrica rendendo le aree montane meno vulnerabili alla siccità. Non ci sono più il pastore e il contadino, insomma. Le aree interne trattengono e conservano la traccia millenaria dell’intuizione e dell’ingegno dell’uomo che si stratificano in cultura, esperienza e conoscenza dell’abitare i territori più difficili. La continua “attenzione” riservata alle pendici montane e collinari per renderle coltivabili garantiva, infatti, un’importate azione di presidio e di difesa del suolo, completata dalle sistemazioni dei terreni con opere idrauliche agrarie e forestali e di regimazione delle acque.

Oggi si va consolidando sempre più la tendenza a valorizzare le aree interne per il loro carattere residenziale, anche diffuso, legato alla fruizione turistica con finalità culturali e paesaggistiche, storiche e archeologiche, enogastronomiche, agro-ambientali e naturalistiche. Ne consegue che il Villaggio, il Paesello e il Borgo montani vengano percepiti e riconosciuti dalla collettività quali luoghi in cui “ripensare” ad un nuovo modello di sviluppo, anche occupazionale, in risposta ai complessi processi e trasformazioni connessi alla globalizzazione, da un lato, ed alla tendenza di recupero delle culture locali, dall’altro.

Spesso le aree interne vengono raccontate come territori marginali. Possono invece diventare luoghi strategici per una nuova cultura della sostenibilità?

Il termine “marginale” è fuorviante: esse sono state marginalizzate da modelli di sviluppo economico che hanno privilegiato le coste e le pianure, ma non sono intrinsecamente povere di valore.

Si tratta di un fenomeno “culturale” assai interessante, alquanto complesso e delicato, che rischia, tuttavia, di legittimare la “sostituzione” dei caratteri originali e più autentici delle aree interne stesse.

Una comunità ormai frantumata e in fuga, un corpo sociale profondamente disgregato a causa dei fattori (socio economici, infrastrutturali) di “espulsione” e di marginalizzazione verrebbero surrogati da una nuova “popolazione” costituita dalle classi agiate che evadono dalla metropoli, cui viene offerta una ricostruzione artificiosa di testimonianze senza più testimoni, di permanenze e di valori un tempo considerati arretrati, distanti dal progresso e privi di significato.

Certo non quello proposto da indicatori, algoritmi e calcoli che oggi compongono il linguaggio delle narrazioni e dello storytelling: le aree interne sono, prima di ogni cosa, “un alveare” umano, è vita operosa, è comunità, e non possono essere raccontate come una bottiglia di vino da posizionare sullo scaffale per gli intenditori. No alle falsificazioni, dunque, all’effetto cartolina green, alla musealizzazione, et cetera.

Si abbia il coraggio, quindi, di pensare alle aree interne mentre si pensa alla popolazione che le ha abitate e le ha vissute, che le ha mantenute, proponendo un modello di vita in cui l’Economia del territorio e quella Umana divengono i principali “fattori della produzione” per generare progresso e sviluppo desiderabili. L’agricoltura, dal nostro punto di vista, è l’unica “sintesi” che possa ricostituire la “filiera” di una dimensione rurale sostenibile, in cui cultura, produzione e protezione dei luoghi e dell’ambiente si sovraimpongono armonicamente.

Non è soltanto un’operazione di restauro architettonico, o l’istanza di sottrarsi alle profonde contraddizioni delle Città. Il ritorno al Borgo, semmai, è l’atto di “pacificazione” storica attraverso cui “correggere” le controversie di un modello di sviluppo rivelatosi, ormai, drammaticamente fragile. Ma è anche un’opportunità per “ricucire” le trame e le tessiture di un territorio agro-forestale e rurale che ha risentito, nel tempo, delle alterne vicende che hanno colpito l’umanità calabrese, che raccontano di avvicinamenti e di fughe, di rientri e di abbandoni. Ad ogni distacco la montagna calabrese ha risposto a modo suo: sottomettendosi alle acque che volevano farla precipitare verso il mare.

È ampiamente riconosciuto come l’agricoltura e la forestazione (unitamente al turismo) siano i fondamentali pilastri su cui dovrebbe poggiare ogni strategia di sviluppo socio-economico in Calabria. È altrettanto noto, inoltre, l’effetto “moltiplicatore di reddito” espresso dall’agricoltura e dalle attività ad essa connesse per l’economia locale (l’aumento di 1 punto percentuale del PIL nel primario determina, infatti, un incremento più che sestuplicato del PIL in tutti gli altri settori economici).

Occorre, pertanto, pensare alla Montagna e allo spazio rurale ritornando al “Piano”, a quello strumento di programmazione strategica, cioè, attraverso cui progettare, con una visione razionale e filosofica, il “tutto uno”, in una realtà in cui, purtroppo, il territorio è stato spesso frammentato e separato. 

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