Il racconto di vite semplici, normali, cristiane anche quando magari cristiane non sono, ma nel concreto si ispirano a quelle pagine del Vangelo che mettono in risalto la misericordia, la compassione, la carità e l’amore per il prossimo
Com’eravamo, ma anche come siamo, o almeno come sono ancora oggi alcuni. Alcuni che sono lontani dalla babele moderna, smarrita, che consuma e crede tutto facile, non conosce la fatica e le difficoltà della vita, e ignora quella degli altri, quelli che fanno parte della pattuglia “dell’alba”, che fa funzionare il mondo. Mario Calabresi, giornalista e scrittore raffinato, con l’animo antico, nel suo nuovo libro: “Alzarsi all’alba” (Mondadori, pagine 160, euro 18,50), invita a riscoprire il valore del tempo, della pazienza e della fatica, e lo fa attraverso il racconto di vite semplici, normali, cristiane anche quando magari cristiane non sono, ma nel concreto si ispirano a quelle pagine del Vangelo che mettono in risalto la misericordia, la compassione, la carità e l’amore per il prossimo.

La galleria dei personaggi che appaiono in questo libro leggero, garbato, quasi sussurrato, presenta un’umanità varia: il cardiochirurgo che aveva una «passione mostruosa per il suo lavoro» e che ammalatosi di Parkinson, è costretto a smettere di operare e si dispera non per la sua malattia ma perché deve rinunciare a salvare le vite degli altri. E poi un giovane allenatore che insegna ai bambini la bellezza di essere leali e tenaci, un marito che si prende cura della moglie malata, una donna che a 89 anni ogni mattina porta i fiori al marito e pulisce i bagni del cimitero, perché tutti li trovino accoglienti; e ancora un maestro di pianoforte che ha lasciato la musica per lavorare nelle vigne del padre, per non sprecare la vita di sacrifici del genitore; una restauratrice che coltiva la pazienza, per salvare la bellezza.
Sono alcuni dei tanti che fanno parte della “pattuglia dell’alba” che fa funzionare il mondo. Perché l’alba? Che chiaramente è una metafora? Lo spiega lo stesso autore: «Una settimana prima di diventare direttore di Repubblica, feci una nota sul telefono, una delle migliaia che ho scritto in questi anni, che aveva questo titolo: “Alzarsi all’alba”. Poi c’era un sottotitolo che recitava: “Perché solo la fatica ci salverà”. Non ho idea cosa mi spinse quel giorno a cominciare a raccogliere idee e esempi di storie di dedizione, di lavoro, di pazienza, di tenacia, di sacrificio, in una parola di fatica».
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Nel tempo, le piccole storie raccolte sono diventati i racconti che oggi compongono il libro. Un mosaico di vite che meritano di essere viste e riconosciute, anche quando la fatica non è una scelta, ma un gesto estremo d’amore. L’episodio che ha acceso la lampadina, messo in moto il libro, lo racconta l’autore. È stata una giovane donna che si chiama Veronica e ha entrambi i piedi amputati a metà, racconta Calabresi. Un giorno l’ha vista in spiaggia e ha pensato che la sabbia fosse un ostacolo insormontabile per lei, per poter raggiungere il mare. Quando la ragazza sorridendo si è messa in cammino l’ha seguita con lo sguardo, finché non l’ha vista tuffarsi e nuotare verso il largo. Ha ammirato quella forza appassionata, che faceva superare ogni ostacolo, e ha trovato straordinaria la frase che gli ha rivolto la ragazza: «La fatica la devi adorare».













