Il progetto per il waterfront di Reggio Calabria rappresenta un punto di svolta urbanistico che affonda le sue radici nel 2006, quando la visione decostruttivista di Zaha Hadid si aggiudicò il concorso internazionale per ridisegnare il volto della città sullo Stretto. Dopo un lungo iter burocratico e amministrativo durato quasi vent’anni, l’apertura dei cantieri segna l’avvio di un’opera monumentale finanziata attraverso i fondi del PNRR e del Pon Metro Plus. L’edificio, concepito come una stella marina che emerge dalle acque, non si limita a essere un contenitore museale, ma si propone come un nuovo baricentro culturale e sociale per l’intero Mezzogiorno, integrando sostenibilità ambientale e innovazione architettonica in un dialogo costante con il paesaggio marino e la vicina Sicilia.
L’ispirazione marina e il legame con lo Stretto
Se digitate sui motori di ricerca “le opere più belle di Zaha Hadid”, viene fuori il mondo letteralmente. Da Londra a Dubai, dalla Germania alla Cina, le opere di uno degli architetti più importanti nel panorama mondiale sono lì a raccontarci l’audacia e la visione di questa professionista. A dieci anni dalla sua scomparsa (31 marzo 2016), il suo nome continua a evocare visioni che sembrano appartenere più al futuro che al passato. E tra queste visioni ce n’è una che riguarda da vicino la città di Reggio Calabria: quella del Museo del Mare.
Chissà se tra dieci anni quest’opera sfilerà accanto alle architetture più iconiche del mondo. Per ora, ci si accontenta di guardare quella gru che campeggia al porto e che ha dato inizio all’avvio dei lavori, primo passo tangibile di un progetto immaginato quasi vent’anni.
Tutto nasce nel 2006, quando il progetto di Hadid vince il concorso internazionale “Regium Waterfront”, pensato per ridisegnare il rapporto tra la città e il suo mare. Due edifici simbolici, un museo e un centro polifunzionale, concepiti come nuove “porte” sul Mediterraneo.
L’ispirazione arriva dal mondo subacqueo, con la stella marina come matrice formale, attraverso linee fluide e una struttura pensata come un faro contemporaneo capace di collegare idealmente la Calabria alla Sicilia.
Il percorso dei finanziamenti e la posa della prima pietra
Dopo anni di stallo, il progetto trova nuova linfa nel 2021 grazie ai finanziamenti del PNRR e del PON Metro. E nel 2025 arriva finalmente il momento simbolico: la posa della prima pietra del Centro di Cultura Mediterranea, alla presenza dell’ormai ex sindaco Giuseppe Falcomatà e deldirettore di Zaha Hadid Architects, Filippo Innocenti.
E proprio Falcomatà l’anno scorso riavvolgeva il nastro della vicenda raccontando sui suoi canali social quanto successo: “In questi anni abbiamo lavorato tanto per individuare una linea di finanziamento sicura, grazie al Ministero della Cultura che nel 2021 ha inserito l’opera tra i 14 attrattori culturali a livello nazionale per 53 milioni, che negli anni sono diventati 61 milioni, e raddoppiare le risorse nel 2024, con la programmazione Pn Metro Plus, per ulteriori 60 milioni di fondi europei. Complessivamente adesso lo stanziamento è di 121 milioni di euro, il più alto mai destinato a Reggio nella storia della Città. E servirà a realizzare la più grande e più bella opera del Mezzogiorno d’Italia, tra le più importanti in Europa e nel Mediterraneo”.
Un’opera monumentale – oltre 24mila metri quadrati – pensata come uno spazio aperto e multifunzionale con gallerie espositive, acquario, auditorium, aree per eventi e didattica, insieme a servizi per il pubblico affacciati sul porto.
Architettura immersiva e sostenibilità ambientale
Ma come sarà il Museo del mare? L’architettura si svilupperà a partire da un grande atrio centrale da cui si diramano le diverse “ali” dell’edificio, alternando volumi e cortili protetti dal sole e dai venti dello Stretto. Gli spazi interni richiameranno il Mediterraneo: colori, luce e forme evocano l’ambiente marino, trasformando la visita in un’esperienza immersiva. Particolare attenzione sarà riservata alla sostenibilità: ventilazione naturale, materiali locali, facciate progettate per ridurre il calore e un paesaggio di piante autoctone pensato per integrarsi con il clima. Un edificio che dialoga con il territorio, non solo dal punto di vista estetico ma anche ambientale.
La progettazione stessa è un manifesto: sostenibilità ambientale, materiali locali, ventilazione naturale sfruttando i venti dello Stretto, integrazione con la macchia mediterranea. Non solo forma, ma responsabilità.
Il profilo di Zaha Hadid e la sua eredità globale
Nata a Baghdad nel 1950, Zaha Hadid ha attraversato il mondo portando con sé una visione radicale dell’architettura. Studi in matematica a Beirut, poi Londra, dove si forma alla Architectural Association e fonda il suo studio. È stata la prima donna a vincere il Pritzker Prize nel 2004, riconoscimento che ha consacrato una carriera già straordinaria. Il suo stile – definito decostruttivista – ha rivoluzionato il modo di pensare lo spazio: linee spezzate, forme organiche, edifici che sembrano in movimento. Non a caso è stata soprannominata “la dama delle linee fluide”. Le sue architetture non si limitano a occupare lo spazio: lo trasformano, lo mettono in discussione, lo rendono dinamico. Il suo primo edificio realizzato, la Vitra Fire Station in Germania (1993), è già una dichiarazione d’intenti: cemento e vetro che si intrecciano in un “movimento congelato”. Da lì, una costellazione di opere in tutto il mondo, tra cui :il MAXXI a Roma, museo delle arti del XXI secolo, il Heydar Aliyev Center in Azerbaigian, con le suo curve iconiche, il Guangzhou Opera House in Cina, il London Aquatics Centre per le Olimpiadi del 2012. Opere che sembrano scolpite dal vento, dalla luce, dall’acqua. Architetture che non imitano la natura, ma ne assorbono il linguaggio.
Zaha Hadid si è spenta nel 2016, lasciando un’eredità immensa e ancora in evoluzione. Il suo studio continua a progettare, ma soprattutto continua a portare avanti un’idea precisa: che l’architettura possa cambiare il modo in cui viviamo i luoghi. Non solo opere architettoniche ma promesse, di futuro e bellezza. E noi ci auguriamo che quella promessa – dopo anni di attesa – prenda presto forma.













