Ai Overview: I resoconti delle visite pastorali effettuate dall’arcivescovo D’Afflitto nel casale di Laganadi durante la prima metà del Seicento restituiscono il quadro dettagliato di una piccola realtà parrocchiale segnata da evidenti difficoltà economiche. I documenti esaminati tracciano un resoconto preciso dello stato in cui versavano gli arredi sacri e delle ripetute mancanze nell’applicazione delle direttive liturgiche. Tra il 1618 e il 1634, il presule registrò puntualmente le carenze strutturali della chiesa locale, dall’assenza di un fonte battesimale adeguato fino alla necessità di nuovi spazi per le sepolture e per la conservazione dei paramenti sacri. Le relazioni contabili, inoltre, forniscono uno spaccato demografico ed economico della comunità di allora, evidenziando come la persistente indigenza degli abitanti impedisse di fatto l’adeguamento dei luoghi di culto alle norme ecclesiastiche dell’epoca.
Le ispezioni del 1618 e l’adeguamento degli arredi sacri
Sarebbero trascorsi tredici anni dal 1605 sino alla successiva visita che l’arcivescovo D’Afflitto fece del 22 luglio 1618. Il quadro complessivo che si ricava da quanto riportato nella relazione della visita è quello di una piccola comunità che viveva in condizioni disagiate. Era cappellano D. Francesco Gualtieri e i mastri eletti in quell’anno erano Iacopo Versaci e Iacopo Fideli. Quanto il presule aveva richiesto nella visita precedente non era stato attuato e dopo aver adempiuto ai riti iniziali previsti dal cerimoniale, iniziata l’ispezione alla chiesa, egli ebbe a rilevare che era necessario dotare la custodia eucaristica di una piccola pisside d’argento e di una pisside più grande per poter portare il sacramento agli infermi, oltre a realizzare sul tabernacolo un baldacchino di seta per impreziosirlo e renderlo più evidente all’interno della chiesa. L’unica novità era costituita dalla presenza, come richiesto dalle norme liturgiche, di una lampada che tutte le domeniche e nei giorni festivi ardeva davanti al SS. Sacramento, alimentata con l’olio il cui costo veniva ripartito per la metà dall’Università di Laganadi e per l’altra metà dalla Comuneria dei sacerdoti di Calanna.
Gli interventi prescritti per il battistero
L’arcivescovo raggiunse poi il fonte battesimale situato nell’aula accanto all’ingresso della chiesa rilevando che era tenuto indecentemente e che, anche in questo caso non erano state osservate le indicazioni fatte nella precedente visita. Rinnovò quindi l’ordine ai mastri in carica di sistemare il battistero entro due mesi dettando specifiche indicazioni per renderlo funzionale: la realizzazione di un fonte marmoreo, alto tre palmi dal pavimento (cm. 80 circa), che doveva essere «decente e ornato»; la sistemazione di un coperchio in legno, con una apertura nella parte mediana che si potesse aprire durante il battesimo e nel tempo della benedizione; il posizionamento di un ciborio in legno, rivestito da una tela e dotato di una serratura la cui chiave doveva essere custodita dal cappellano, contenente l’olio per il battesimo, il sale, un panno di lino per asciugare il capo del battezzando e il libro del rituale; la realizzazione di un sacrario e di una balaustra in legno «per tenere all’esterno i padrini». Così come aveva fatto per molte altre chiese parrocchiali indicò che nella parete contigua doveva raffigurarsi la scena di S. Giovanni Battista nell’atto di battezzare Gesù Cristo nel fiume Giordano. Nel visitare poi la custodia degli oli sacri, riscontrò che quanto suggerito nella visita precedente era stato fatto ed era stata realizzata una «finestrella» nella parete contigua all’altare ma non era stata munita della prescritta serratura.
I registri parrocchiali e la struttura dell’edificio
L’ispezione ai libri parrocchiali fece rilevare che i nuclei familiari erano aumentati registrandosi un accrescimento della popolazione che raggiungeva le 335 unità. L’ispezione alla chiesa riprese dopo l’amministrazione delle cresime con l’attenzione all’altare maggiore sul quale era posizionata l’icona dipinta in olio della Madonna delle Grazie le cui dimensioni risultavano funzionali. Per esso il presule ordinò al cappellano ed ai mastri di allineare l’altare portatile e che «il pannello superiore coprisse l’intero altare» oltre a poggiare sui lati un panno ceruleo, «oppure che l’altare venisse coperto con un altro di altro colore in modo che non venisse mai rimosso tranne quando è tempo di celebrare», aggiungendo che al centro dello stesso dovesse posizionarsi una croce proporzionata con ai lati quattro candelabri «decenti», oltre a due grandi candelabri alti otto palmi dal livello del presbiterio (circa 2,10 metri) e davanti a detto altare venisse posta una predella di legno «ben composta». Nell’aula c’era una sola sepoltura «costruita decentemente e ben chiusa» ad una distanza conveniente dall’altare. Il presule ordinò che, entro tre mesi, ne venisse realizzata un’altra per i bambini secondo il rituale romano. Nello stesso termine doveva essere realizzata una acquasantiera marmorea per l’acqua benedetta all’ingresso della chiesa. Doveva anche realizzarsi un confessionale di legno per ascoltare le confessioni all’altezza di un palmo sopra il pavimento, con lo scanno per il confessore, l’inginocchiatoio ed una piccola finestrella con una lastra forata ponendosi inoltre una immagine della passione di Gesù, la Bolla in Coena Domini e la tabella con i casi riservati. Seppure priva di campanile la campana, del peso di 20 libre (kg 44), era collocata sopra la porta d’ingresso. La chiesa era costruita in un «congruo ed utile luogo», libera attorno da edifici e di altri impedimenti con una porta di ingresso e con finestre sui lati ed era lunga palmi 45 e larga palmi 21 ( m. 12 x m. 5,60).
Rendite, censi e le visite del decennio successivo
Sul retro della chiesa era situata l’unità abitativa del cappellano ma la chiesa risultava priva di sacrestia e le poche suppellettili sacre e i paramenti erano tenuti «in modo indecente» in una cassa, condizione che indusse il presule ad ordinare la costruzione di un armadio da collocarsi sulla sinistra dell’altare. Il resoconto delle poche rendite ci consente di individuare i parrocchiani che pagavano censi su case site nel casale: la vedova di Minichello Furfari che pagava «danari ventuno» per la casa abitata da Giaspide Caridi sita lungo la via pubblica; la vedova di Giovan Biasi Foti per una casa sita accanto alla chiesa; Giando Mosolino per un’altra casa contigua alla chiesa; Marco di Villa che aveva la casa contigua a quella di Bartolo Versaci. I censi su terreni agricoli riguardavano orti o giardini siti nelle contrade Conderisi, La Misa, Caldara, Mallimo, Miano, Zaccano, Cuduta, la Milingiana, Marulli e dentro lo stesso Casale. A conclusione della visita l’arcivescovo dispose che i mastri presentassero al vice vicario e arciprete di Calanna, D. Paolo Pericone, i libri contabili redatti secondo le indicazioni del Sinodo diocesano. Dodici anni dopo, il 30 settembre 1630, l’arcivescovo D’Afflitto visitò nuovamente il casale e venne ricevuto dal giovane cappellano D. Tommaso Cancellieri, ordinato sacerdote nel 1626, e dai mastri Costantino Versaci e Mantuano Versaci ed ebbe a constatare che di quanto aveva ordinato in precedenza era stato eseguito soltanto il confessionale per cui rinnovò tutte le prescrizioni per la funzionalità liturgica. Nella successiva visita, fatta il 1° dicembre 1634, venne ricevuto dallo stesso cappellano e dai mastri Teodoro D’Agostino e Giuseppe Versaci. Riscontrò che era stata eseguita soltanto l’acquasantiera e fu costretto a reiterare le prescrizioni ad una comunità afflitta da condizioni economiche disagiate. (continua)













