L’alluvione inonda le case e l’Ansa non scrive, i settimanali diocesani raccontano le emergenze che gli altri non vedono

Il tavolo dei relatori nella seconda parte della mattinata del Convegno Fisc a Trento

Al convegno FISC di Trento le testimonianze dai territori colpiti dalle calamità naturali. Da Toscana Oggi al Corriere Cesenate, da Trento a Napoli…il racconto di chi resta quando le telecamere se ne vanno. Zanotti: «Chiamavo i colleghi nazionali davanti alle inondazioni, mi rispondevano: l’ha scritto l’Ansa?»

Seguici su WhatsApp

L’informazione di prossimità oltre i lanci d’agenzia

Solo una frase della testimonianza di Francesco Zanotti vale da sola l’intero viaggio per arrivare a Trento: Il 16 maggio 2023, la Romagna si sta allagando; Zanotti, direttore del “Corriere Cesenate”, chiama i colleghi della stampa nazionale per avvertirli. La risposta? «L’ha scritto l’Ansa?». Lui è lì, è testimone, ha le foto, i video, ma senza il lancio d’agenzia l’alluvione non esiste. Il Tg1 aprirà con la notizia solo alle venti. Ma per i settimanali diocesani, questa distanza è inaccettabile, perché tra ciò che accade e ciò che diventa notizia c’è una continuità fondata su un ponte essenziale per la comunicazione: la persona.

La seconda parte della mattinata di venerdì al convegno della FISC, al Polo Vigilianum di Trento, ha cambiato registro rispetto alla sessione precedente dedicata alla deontologia: adesso parlano le voci dei giornalisti che hanno vissuto in prima persona le emergenze climatiche, tra il fango, le strade interrotte, le famiglie isolate, le lacrime di chi ha perso tutto. A introdurre la sessione, moderata da Daniela Verlicchi, è stata Sandra Bortolini, presidente dell’Ordine dei Giornalisti del Trentino-Alto Adige, che ha ricordato come i giornalisti e le testate cattoliche sono «l’avanguardia dell’informazione ambientale, perché sono stati i primi a cominciare a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla salvaguardia del Creato». Ha poi sottolineato l’importanza del nuovo codice deontologico, in vigore dal primo giugno 2025, che dedica un articolo specifico all’informazione ambientale, scientifica e sanitaria.

La tragedia della Marmolada e il rispetto per le vittime

Il primo a raccontare è stato Augusto Goio, caposervizio di “Vita Trentina”, che ha riportato la platea al 3 luglio 2022, quando il crollo di un seracco sulla Marmolada travolse e uccise undici escursionisti ferendone nove. Goio ha voluto leggere i nomi delle vittime uno per uno — Filippo Bari, Liliana Bertoldi, Erica Campagnaro, Tommaso Carollo, e gli altri sette — perché «sono volti e persone, con famiglie, con amici», così i settimanali diocesani affrontano (anche) le tragedie: si parte, sempre, dalle persone. Goio ha ripercorso il lavoro della redazione nelle ore e nei giorni successivi: le fonti — Provincia, Protezione Civile, sindaco di Canazei, soccorso alpino — i conteggi delle vittime che cambiavano di ora in ora, la difficoltà di accedere al ghiacciaio perché si temevano ulteriori crolli, i primi sopralluoghi con i droni. “Vita Trentina” scelse di uscire sul cartaceo due giorni dopo, con il titolo “Chiuso per lutto”, «proprio per poter avere quegli elementi maggiormente solidi». E scelse di non avvicinare i familiari delle vittime con il microfono, perché «ritenevamo superfluo presentarci in quel momento» — un gesto che il giornalista ha collegato a una concezione della deontologia come «spirito di collaborazione tra colleghi» e attenzione complessiva alla dimensione umana del racconto. In Svizzera, il crollo del ghiacciaio del Bietsch nel maggio 2025 non ha fatto vittime perché il monitoraggio decennale aveva permesso di evacuare il paese a valle, la differenza tra tragedia e prevenzione, ha osservato Goio, sta spesso nella continuità dell’attenzione.

I Campi Flegrei, raccontare l’emergenza lenta del bradisismo

Dal ghiacciaio alpino alla caldera vulcanica, don Doriano De Luca, direttore di “Nuova Stagione” di Napoli, ha portato nella sala di Trento un’emergenza di tutt’altra natura ma con problemi giornalistici sorprendentemente simili: il bradisismo ai Campi Flegrei — il sollevamento e l’abbassamento lento del suolo causato dall’attività idrotermale e magmatica sotto una caldera di 150 Km quadrati su cui vivono 350mila persone — non è legato al cambiamento climatico, ma è il caso esemplare di un’emergenza lenta, quella che non ha una data e un’ora come il terremoto ma «un processo che potremmo quasi definire un respiro lungo della terra, a volte anche un rantolo, che dura anni, decenni». Don Doriano ha aperto con un’immagine dalla redazione: arriva una scossa, magnitudo 2.8, epicentro la solfatara. Ti alzi, guardi il monitor dell’INGV, scrivi tre righe, pubblichi. Il giorno dopo un’altra scossa, il giorno dopo ancora un’altra…«Così per settimane, per mesi, per anni, ad un certo punto non vi alzate più». Quella tentazione di smettere di alzarsi, ha detto, «è la prima, forse la più grave trappola che un giornalista si trova ad affrontare quando la terra trema e quando trema lentamente». Ha raccontato di aver preparato la copertura del fenomeno partendo da una lunga telefonata con un ricercatore dell’INGV a cui aveva chiesto di spiegare il bradisismo «come se dovessi spiegarlo a mio nipote»: un’ora e quaranta minuti di conversazione, trascritta integralmente, seguita da colloqui con un geologo dell’Università Federico II e una funzionaria della Protezione Civile…«e solo dopo abbiamo aperto un documento di testo», ha precisato, comunicando il suo principio di lavoro: «non si racconta ciò che non si capisce, o ciò che non si è capito».

Dall’esperienza napoletana don Doriano ha ricavato quattro trappole in cui la sua redazione è caduta o ha visto cadere altri. L’allarmismo da scossa singola, per cui un titolo emotivamente efficace — «Forte scossa ai Campi Flegrei, paura tra la popolazione» — può essere «scientificamente fuorviante e anche socialmente irresponsabile» se non spiega che una scossa di magnitudo 3.1 ai Campi Flegrei non equivale alla stessa magnitudo sull’Appennino lucano. L’assuefazione, trappola opposta ma altrettanto pericolosa, per cui si smette di raccontare le scosse e con esse tutto ciò che nel frattempo cambia: i palazzi che si deteriorano, le famiglie che non dormono più, il tessuto sociale di un quartiere che si sfalda, il mercato immobiliare che crolla. «L’assuefazione del giornalista diventa complicità con l’oblio istituzionale», ha detto. La dipendenza acritica dalla fonte ufficiale, perché INGV e Protezione Civile sono fonti autorevoli ma hanno anche il compito istituzionale di gestire la comunicazione del rischio senza generare panico, e «questo è legittimo, non è però il compito del giornalista», che deve dare voce anche agli abitanti, ai commercianti, alle famiglie evacuate. La spettacolarizzazione del dolore, infine, con le telecamere che cercano la signora anziana in lacrime davanti alla porta murata: «Sono immagini reali, ma se diventano l’unico registro narrativo si trasforma la cronaca in melodramma, e soprattutto si priva il lettore della comprensione di quello che sta succedendo davvero». Per la copertura del bradisismo, “Nuova Stagione” ha costruito nel tempo una struttura a tre livelli — dato scientifico, risposta istituzionale, voce della comunità — con una cadenza narrativa regolare: non più un pezzo per ogni scossa, ma un aggiornamento ogni quindici giorni, «perché il bradisismo non va in ferie e nemmeno il giornalismo che lo racconta». E don Doriano ha chiuso con un’attenzione particolare alle parole: «Nei Campi Flegrei ho imparato che alcune parole fanno paura da sole». Evacuazione, eruzione, catastrofe. «Le parole nel giornalismo di emergenza non sono neutre: sono azioni; possono calmare o scatenare, possono informare o disinformare. La cura del lessico è cura della comunità».

La Toscana e il ciclo delle alluvioni tra memoria e oblio

Dalla pianura alluvionale è arrivata la terza voce. Riccardo Bigi di “Toscana Oggi” ha tracciato un arco di sessant’anni tra l’alluvione di Firenze del 1966 e le emergenze più recenti. Nel 1966, ha raccontato, la piena fu il risultato di piogge insistenti e prolungate che riempirono l’intero bacino dell’Arno. Il giornalista Rai Marcello Giannini, per far capire alla redazione romana la gravità della situazione, calò il microfono dalla finestra della sede di via Cerretani per trasmettere il rumore dell’acqua: da Roma non gli credevano. Fu, ha detto Bigi, «forse la prima grande tragedia mediatica», quella che generò la mobilitazione spontanea degli Angeli del Fango — tra i quali un giovane seminarista che sarebbe diventato il cardinale Betori, arcivescovo di Firenze — e fu la scintilla per la nascita della Protezione Civile nel 1970 e, probabilmente, anche della Caritas italiana nel 1971. Ma la parte più eloquente dell’intervento è stata la sequenza delle alluvioni toscane successive: 1996, 2000, 2009, 2012 con sei morti in Maremma, 2013, 2014, 2017 con otto morti a Livorno, 2019, 2022, 2023 con altri otto morti e migliaia di sfollati, marzo 2025 ancora. «Se facessimo un grafico avrebbe una parabola molto in salita», ha osservato. E soprattutto è cambiata la natura degli eventi: non più piogge prolungate come nel 1966, ma precipitazioni concentrate in poche ore su aree ristrette, con duecento millimetri d’acqua che cadono all’improvviso. Bigi ha individuato cinque fasi ricorrenti nel racconto di ogni alluvione: la conta dei danni, la solidarietà spontanea, l’organizzazione degli aiuti, le polemiche sulla mancata prevenzione e infine la perdita della memoria: «Tutto questo poi velocemente viene dimenticato. Tornerà a parlarne all’alluvione successiva».

Dare voce alle aree interne, il dovere di restare

L’intervento di Zanotti, infine, ha cambiato la temperatura della sala…il direttore del “Corriere Cesenate” ha proiettato decine di fotografie scattate personalmente nei giorni successivi all’alluvione del maggio 2023 — tutte sue, ha precisato, perché «ci vado io sul posto, non è che mando qualcuno». Ha mostrato Sorrivoli, dove frane di decine di metri avevano isolato intere famiglie, ha mostrato Tezzo, la frazione dove una strada si è accartocciata su se stessa e il vicesindaco si è salvato per un istante. Ha mostrato i costoni di collina venuti giù con gli alberi ancora dritti, sradicati dalla base perché l’acqua era penetrata nelle fenditure aperte dalla siccità precedente, «come se fossimo andati con un calzascarpe e abbiamo portato via la terra». Poi ha dato un numero: 81.000 frane censite. Ottantunomila. «E noi andavamo con i colleghi che si sgomitavano sul canotto dei carabinieri che faceva dieci metri», ha commentato, mentre nell’entroterra paesi interi restavano tagliati fuori. Tutta l’attenzione mediatica si era concentrata sulle città alluvionate, sull’immagine dell’acqua nelle strade, «ma di quello fuori dalle città nessuno si è interessato, o quasi». E quando dal “Corriere Cesenate” chiamavano i media nazionali per segnalare la situazione nell’entroterra, si sentivano chiedere se c’era l’acqua, «perché se non c’è l’acqua io non vengo». Zanotti ha raccontato di non aver dormito per una settimana, di essere andato con un agricoltore su una Pandino 4×4 a riaprire per primo la strada tra la Valle del Savio e la Valle del Borello, di aver dato voce alla signora Anna di Ciola che aveva trasformato il suo ristorante in punto di distribuzione viveri per gli isolati, a chi aveva perso i campi, a chi aveva aperto un agriturismo due anni prima e ora non aveva più la strada per raggiungerlo. «Abbiamo dato voce a quell’Italia minore, a quell’Italia che non ha voce sui grandi mezzi», ha detto. E ha preso in prestito da don Doriano la parola che attraversava tutta la mattinata: restare. «Sicuramente siamo rimasti. Sicuramente abbiamo dato voce a chi non l’aveva». Ma ha anche messo in guardia dalla retorica del mestiere. «Fare un titolo che non ci azzecca nulla con quello che poi scriviamo, io dico che è un delitto», ha detto, indicando la responsabilità come bussola. Prima di lasciare il microfono ha ricordato che il suo giornale porta avanti dal 2017 una campagna fotografica intitolata “Natura Spettacolo”, immagini della campagna romagnola pubblicate in prima pagina, «perché non siamo più capaci di stupirci» e il primo passo per proteggere qualcosa è tornare a guardarlo.

La mattinata si è chiusa senza il tempo per un dibattito formale, ma con la sensazione che il dibattito vero fosse già avvenuto, nelle convergenze inattese tra esperienze lontanissime: il ghiacciaio trentino e la caldera napoletana, l’Arno del 1966 e il Savio del 2023. Quattro territori diversi, la stessa fatica di farsi ascoltare, lo stesso impegno a non andarsene quando il clamore si spegne. E un’immagine finale, quella con cui don Doriano ha chiuso il suo intervento: la piazza del municipio di Pozzuoli, con le mattonelle sconnesse e i gradini che non combaciano più sotto la pressione di forze più grandi di qualunque progetto umano. «Il giornalismo non può fermare il bradisismo», ha detto, «ma può fare una cosa preziosa: può garantire che nessuno affronti quella piazza sconnessa da solo, senza capire che cosa sta succedendo sotto i propri piedi».

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Articoli Correlati
Rubriche
Famiglia
Immagine in evidenza categoria Spazio Genitori

Spazio Genitori

di Gianni Trudu

Società
Immagine in evidenza categoria Dottrina sociale

Appunti di dottrina sociale

di Domenico Marino

Cultura
Immagine in evidenza Libro della settimana

Il libro della settimana

di Mimmo Nunnari

Storia
Immagine in evidenza categoria dagli Archivi

Dagli archivi

di Renato Laganà

tecnologia
Immagine in evidenza Human Prompt

Human Prompt

di Davide Imeneo

Articoli Correlati
Aula G
zanardi

L'intelligenza artificiale e l'errore sulla scomparsa di Alex Zanardi: una lezione per la scuola

Separazione genitori figli

L'accompagnamento dei figli nel percorso della separazione: il ruolo delle reti educative e il valore del riconoscimento emotivo (2° parte)

Papa IRC x

Il discorso di Papa Leone agli insegnanti di religione sull'educazione scolastica

Iscriviti alla Newsletter

Ricevi ogni giorno le notizie più importanti dalla Chiesa calabrese direttamente nella tua casella email