Settimanali Cattolici, a Trento il glaciologo smonta i titoli sbagliati: «un inverno nevoso non salva i ghiacciai»

L'assemblea ascolta il glaciologo al convegno Fisc

La corretta narrazione delle tematiche ambientali e le criticità del giornalismo scientifico in Italia sono state al centro dell’incontro formativo svoltosi al Polo Vigilianum di Trento. L’evento, svolto durante il Convegno nazionale della Federazione Italiana Settimanali Cattolici e riconosciuto dall’Ordine dei Giornalisti, ha offerto un’analisi su come i media affrontano il cambiamento climatico, evidenziando gli errori più comuni e la necessità di fonti attendibili. Attraverso gli interventi di esperti del settore, come il presidente dell’Unione Giornalisti Scientifici Italiani, Giovanni Caprara, e il glaciologo del MUSE, Christian Casarotto, è scaturita la necessità di colmare le lacune nelle redazioni e di adottare un linguaggio preciso per tradurre la complessità dei dati climatici, evitando la diffusione di notizie fuorvianti.

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La formazione giornalistica sulla comunicazione ambientale

Un glaciologo chiama quattro persone dal pubblico, le mette in fila e distribuisce loro dei foglietti bianchi come fossero cristalli di neve. È cominciata così la mattina di lavoro al Polo Vigilianum di Trento, con una relazione molto “operativa” che ha resto il Convegno della Federazione Italiana Settimanali Cattolici ancor più interessante, ci si è soffermati, in particolare, su come i giornali sbagliano quando parlano di clima. La sessione, riconosciuta dall’Ordine dei Giornalisti come corso di formazione, era dedicata agli aspetti deontologici della comunicazione ambientale. L’ha introdotta Daniela Verlicchi della Commissione Cultura FISC, partendo da una constatazione: i settimanali cattolici mettono in prima pagina il cambiamento climatico da anni perché lo vedono accadere sotto casa, dall’alluvione in Romagna ai ghiacciai che si ritirano. Però serve il linguaggio giusto: «c’è un mondo scientifico che ha un sacco di conoscenze vitali per leggere il mondo di oggi, c’è la gente che ha bisogno di saperle, nel mezzo ci siamo noi che dobbiamo tradurre», ha detto. E le traduzioni, come sappiamo, non sempre funzionano.

L’importanza di redazioni specializzate e fonti attendibili

Il primo a prendere la parola è stato Giovanni Caprara, editorialista scientifico del “Corriere della Sera” e presidente dell’Unione Giornalisti Scientifici Italiani…Caprara ha puntato il dito su un dato strutturale: nella carta deontologica dei giornalisti italiani, fino a pochi anni fa, non esisteva alcun riferimento alla scienza e alla tecnologia, «come non fossimo mai andati sulla Luna piuttosto che non si fossero conquistate tante altre scoperte». Fu lui stesso a proporre nel 2018 all’allora presidente dell’Ordine Carlo Verna di colmare quel vuoto, a partire dalla Carta di Piacenza elaborata dai giornalisti scientifici. L’integrazione nel Testo Unico arrivò alla fine del 2020, ma quel punto di arrivo, ha osservato Caprara, era in realtà un punto di partenza, perché il problema di fondo resta culturale, nei media italiani non esistono redazioni scientifiche: «È giusto trovare giornalisti specializzati in un ambito sportivo piuttosto che in un ambito politico, ma quando parliamo di clima, no. Oppure l’intelligenza artificiale, oppure di energia, no. Questi sono temi che possono essere affrontati così, un po’ come capita». Caprara ha insistito sul fatto che parlare oggi di cambiamento climatico significa occuparsi insieme di energia, tecnologia, economia e politica, non è più un tema da pagina della scienza: «altrimenti faremo soltanto dell’esibizionismo culturale». Ha citato il caso emblematico della “verità alternativa” — l’espressione usata dall’addetta stampa di Trump quando un giornalista mostrò le foto che smentivano le affermazioni del presidente sulla folla al suo insediamento — per ricordare che l’unico antidoto è risalire a fonti attendibili: centri di ricerca, musei della scienza, documenti verificati. Poi ha ricordato il metodo dei giornali anglosassoni, dove di fronte a una scoperta non ci si limita a intervistare l’autore ma si cercano pareri indipendenti di altri scienziati dello stesso campo; al “New York Times”, ha notato, la redazione scientifica conta ventiquattro giornalisti specializzati: «o noi cambiamo o ci estinguiamo».

Il “bestiario” degli errori: leggere correttamente i dati

Poi è stato il turno di Christian Casarotto, glaciologo e divulgatore del MUSE, che ha portato in sala quello che Verlicchi ha definito un “bestiario” degli errori giornalistici sul clima, premettendo subito che «le cose che andremo a vedere insieme sono frutto dell’errore di chi parla, quindi mio, per alcuni articoli, e dei colleghi per altri». È partito dalle basi: un ghiacciaio funziona come un conto in banca, d’inverno accumula neve, d’estate la spende. Per conoscere il bilancio servono entrambe le voci. Eppure, ha mostrato, sulle testate nazionali compaiono regolarmente titoli invernali che annunciano ghiacciai in ripresa dopo una grande nevicata, «completamente sbagliati» perché fotografano solo le entrate senza aspettare le uscite. L’esercizio con i quattro volontari serviva proprio a questo: ognuno rappresentava una quota diversa della montagna, con più neve in alto e meno in basso. Arrivata l’estate, Casarotto ha fatto “sciogliere” la neve partendo dal basso, mostrando come alle quote inferiori si perde non solo la neve caduta d’inverno ma anche il ghiaccio degli anni precedenti, mentre in alto il bilancio può restare positivo. Poi ha aggiunto il dettaglio che molti equivocano: anche con un bilancio annuale positivo, un ghiacciaio non avanza…perché la neve si trasformi in ghiaccio e il ghiacciaio torni a crescere servono «almeno 5, 6, 7 anni» consecutivi di bilanci positivi, «un singolo inverno nevoso non è sufficiente».

La dimostrazione del glaciologo Casarotto con i quattro volontari
La dimostrazione del glaciologo Casarotto con i quattro volontari

Il glaciologo ha poi proiettato una sequenza di titoli che, nell’aprile 2013, trasformarono un articolo scientifico su “Nature Climate Change” — il quale diceva semplicemente che parte del calore veniva assorbita dagli oceani anziché dall’atmosfera — nella notizia opposta: «Il riscaldamento globale non c’è». Con tanto di corollario: «Il riscaldamento globale non c’è ma ci è costato 300 miliardi». Casarotto ha mostrato anche un tweet di Trump del 31 dicembre 2017 in cui l’allora presidente ironizzava sul riscaldamento globale durante un’ondata di gelo sulla costa est, per poi dimostrare con le carte delle anomalie che quel freddo era un evento meteorologico puntuale: «Un evento particolarmente estremo non ha nulla a che vedere col concetto di clima».

Teli geotessili e cicli del clima: decostruire le inesattezze

Un passaggio è stato dedicato ai teli geotessili del ghiacciaio Presena, spesso presentati dai giornali come strumenti che “salvano i ghiacciai”. Casarotto ha fatto i conti: due euro al metro quadro solo per il materiale, 150mila metri quadri coperti, 300mila euro di sola materia prima, un mese di lavoro con decine di operai…ma in realtà quei teli proteggono il tracciato di una pista da sci, non il ghiacciaio. «Ha funzionato perché ha messo un tampone a un sistema economico che stava crollando senza quelle piste da sci», ha chiarito…e ha aggiunto che quando una nevicata imprevista li copre, restano sepolti: «oltre al danno economico c’è anche un danno ambientale». Poi, per smontare l’argomento della ciclicità naturale del clima, spesso invocato in ambito politico, Casarotto ha mostrato l’andamento della CO2 nell’ultimo milione di anni ricostruito dai carotaggi nei ghiacci di Antartide e Groenlandia. Le oscillazioni glaciali e interglaciali ci sono state, con picchi ogni centomila anni circa, ma i valori attuali di anidride carbonica — oltre 440 parti per milione — non hanno precedenti in tutta quella finestra temporale. Al politico che obietta che ai tempi dei dinosauri la CO2 era ben più alta, il glaciologo ha risposto con un’immagine: «Se vuoi lucertole di 4 metri in piazza Duomo, perfetto, la strada è quella giusta». Anche la storia di Annibale che attraversò le Alpi con gli elefanti, spesso citata come prova di un passato più caldo, è stata ridimensionata: Casarotto ha riletto le fonti antiche…Tito Livio e Polibio raccontano neve a settembre a 2500 metri e neve vecchia dell’inverno precedente non ancora sciolta. Dei 30mila uomini partiti ne arrivò il dieci per cento…«Non poteva far caldo», ha concluso.

Scenari futuri e responsabilità di chi comunica

Dalla platea sono arrivate domande sul rapporto con i comunicati stampa degli operatori economici — agricoltori che chiedono risarcimenti per i danni climatici ma rifiutano le restrizioni ambientali, stazioni sciistiche che accusano i giornalisti di far perdere posti di lavoro — e Caprara ha ribadito la necessità di ampliare le fonti e cercare controprove, senza accettare passivamente le versioni di parte. Casarotto ha suggerito il sito climalteranti.it, gestito da ricercatori universitari italiani, come strumento per verificare le affermazioni di politici e commentatori sui cambiamenti climatici. Prima di lasciare il microfono, Casarotto è tornato sulla responsabilità degli scienziati verso i giornalisti: «Nel rispetto del vostro lavoro, quando si parla di cose che magari si conoscono ma non si è dentro, è difficile. Io vi capisco perfettamente. Quindi la responsabilità nel momento in cui c’è il titolo sbagliato o anche le frasi sbagliate è di chi ha parlato». E ha indicato le due strade possibili di fronte alla crisi climatica: la mitigazione, cioè ridurre le emissioni, e l’adattamento, cioè trovare soluzioni per vivere in un clima che cambia. Ma partire dicendo che non si può fare niente, dal suo punto di vista, «è un approccio scorretto».

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