L’Europa e i giovani. Soltanto l’incontro genera l’Unione

di Luciano Arillotta * – Parlare di Ue è qualcosa che suscita diverse emozioni, a volte contrastanti, ma sempre molto stimolanti. La parte più interessante è il concetto di generatività.

Generatività, si, un qualcosa su cui ci ha tanto stimolato la professoressa Elena Marta quando, lo scorso settembre, durante il Convegno diocesano che ogni anno apre la discussione sui temi che verranno affrontati, ha presentato la propria relazione su “Relazioni comunitarie tra convivenza, solidarietà e speranza”. Fondare tutto il ragionamento sull’importanza della relazione feconda è stato, in qualche modo, il volere spingere verso un rapporto diretto tra azione e frutti che ne possono conseguire con un occhio alla crescita reciproca.

Questo ha inserito nella discussione un filtro attraverso il quale guardare con occhi rinnovati il senso dell’incontrare, del convivere. L’idea stessa di convivenza porta sensazioni contrastanti. E allora, credo sia importante individuare il punto di vista da cui osservare, la postazione da cui scrutare con attenzione ciò che succede.

E parlare di Unione Europea senza parlare di incontro, sarebbe veramente difficile. La immagino come una sorta di grande banco da lavoro, pieno di strani e affascinanti attrezzi, materiali, profumi, attorno al quale si raccolgono diverse esperienze, colori, lingue, religioni, con una grande opportunità a portata di mano: l’occasione di generare.

Chiedere ad un giovane come percepisca la Ue, vuole dire sentirsi narrare, sempre più spesso, la propria esperienza di relazione, in libertà, da un paese all’altro, dove dalla connessione telefonica alla moneta, magari grazie ad un volo last–minute, tutto parla di una grande comunità senza barriere, senza ostacoli di sorta… semplicemente un’esperienza che apre nuove strade, una possibilità da cogliere.

Alla stessa domanda una persona impegnata in una discussione politica risponderà «Sì» o «No». La domanda che pongo è: chi genera? Purtroppo, mi pare di notare lo stacco sempre più netto tra chi ha il compito di lavorare per costruire speranza e chi la speranza, semplicemente, la vive in prima persona. Il tavolo attorno al quale siamo tutti noi, è solo uno strumento, noi siamo la grande diversità che vi si raccoglie intorno e dalla diversità può nascere una società del dubbio e della paura o una società fondata sullo scambio fecondo, nella quale l’altro viene accolto e ascoltato perché persona, portatore della ricchezza della propria umanità. È vero che questo ci comporta tanti rischi ma, se ci pensiamo bene, chi ci ha generati come fratelli, non ha tentennato a farlo.

* direttore Ufficio per i problemi sociali e il lavoro

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