Avvenire di Calabria

La riflessione di Bertolone, postulatore e arcivescovo di Catanzaro-Squillace, sul magistrato “ragazzino” ucciso in Sicilia dalla mafia

Livatino. Profeta della via “scomoda” che unisce fede, giustizia e coerenza

di Vincenzo Bertolone *

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«Ma cu cciù fici fari…». Chi glielo ha fatto fare. Questo si chiede un parente di Rosario Angelo Livatino sentito come teste dell’inchiesta canonica super martyrio che ha portato alla beatificazione del magistrato siciliano in programma domani ad Agrigento. Ed è un interrogativo che risuona nelle conversazioni di famiglia o di lavoro di ognuno di noi, ogni qual volta ci si trova di fronte a una norma – morale o giuridica – di cui pretendere o garantire l’osservanza. La risposta, il più delle volte, è nel capo che si volta dall’altra parte. Livatino, invece, non ebbe esitazioni. Mai. E alla coerenza di giudice integerrimo unì quella di cristiano tutto d’un pezzo. Amministrando anzi la giustizia avendo come riferimento i codici ma pure il Vangelo.

Per questo viene condannato a morte. Chi lo uccide e chi dà ordine di ammazzarlo mentre senza scorta, come al solito, si reca in Tribunale, la mattina del 21 settembre 1990, lo fa per mettere a tacere non soltanto un magistrato scomodo, ma uno che con la sua fede smonta la teoria della mafia devota a Dio, denudando e sbugiardando i boss e sottraendo loro “manovalanza” giovanile. Non potendo contrastarlo su questo piano, mandanti e sicari avevano preso a schernirlo, dandogli del “santocchio” e dello “scimunito” perché ogni domenica andava a Messa, e ogni giorno si fermava in preghiera in una chiesa prossima alla sede di lavoro in Agrigento. Lui, che sapeva, non temeva. Né per questo cambiò vita.

Non prefigurava certo la sua fine brutale, non avendo mai voluto diventare un eroe, ma neppure si ritrasse dal dilemma della scelta: dovendo optare tra una vita comoda e il ripudio degli insegnamenti evangelici, preferì andare avanti a testa alta e con cuore saldo, sacrificando il matrimonio o la protezione delle forze dell’ordine per evitare di coinvolgere altre vite in un eventuale agguato. Una visione profetica, non tanto e non solo rispetto a ciò che gli sarebbe capitato, quanto in relazione alla missione svolta quotidianamente, nella semplicità del proprio lavoro, svolto esclusivamente sub tutela Dei, sotto la tutela e lo sguardo di Dio, secondo la sigla apposta sulla sua tesi di laurea che sarebbe poi diventata il motto dell’intera sua esistenza.

Un uomo mite, dunque. Pericoloso non solo perché avversario, ma perché modello per gli altri, in particolare i più giovani, e dunque da eliminare. Stidde e clan, non senza il nulla osta di Cosa Nostra, diedero l’ordine e portarono a termine la missione, ma fallirono. Livatino è morto, eppure parla ancora. «Che vi ho fatto?», fa in tempo a domandare ai killer che lo braccano nella scarpata ai lati del Gasena. Loro rispondono con il piombo delle armi da guerra. Lui con la forza dell’esempio. Quello che travolgerà gli stessi assassini, alcuni pentitisi nel volgere di breve tempo, e che dà a Pietro Nava, un automobilista per caso di passaggio in zona, la forza di evitare di chiedere – e chiedersi – «ma cu cciù fici fari…», e di inchiodare – con la sua testimonianza – il commando omicida. Vive, Angelo Rosario Livatino. E il fiore sbocciato dal suo martirio è oggi il più bello e profumato della terra di Sicilia, primavera della speranza.

* arcivescovo di Catanzaro-Squillace e postulatore della causa di beatificazione di Rosario Livatino

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