Avvenire di Calabria

In cammino col sorriso. Ieri ricorreva il primo anniversario di monsignor Morrone nell'arcidiocesi di Reggio - Bova

Reggio-Bova, il Consiglio pastorale: «Morrone, pastore della radicale semplicità»

Dodici mesi di scelte e di incontri: al centro la dignità della persona, «Dio si interessa sempre del vissuto di ciascuno»

di Francesco Manganaro *

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In cammino col sorriso. Ieri ricorreva il primo anniversario di monsignor Morrone nell'arcidiocesi di Reggio - Bova. Dodici mesi di scelte e di incontri: al centro la dignità della persona, «Dio si interessa sempre del vissuto di ciascuno».

Un anno di Morrone a Reggio-Bova: la riflessione del Consiglio pastorale diocesano

Non lo conoscevo prima che venisse a Reggio. Saputo della sua nomina ad arcivescovo della nostra diocesi, cerco di capire quali doni lo Spirito vuole fare a tutti noi. All’inizio, due cose mi colpiscono: è giovane e soprattutto non se l’aspettava. Un tratto da non sottovalutare, quando poi nelle sue omelie accennerà criticamente ad un certo tipo di carrierismo clericale. La scelta del suo stemma episcopale è un programma.

La frase della Lettera ai Corinzi, «Collaboratori della vostra gioia», rappresenta quella visione di un cristianesimo che, sulle orme del Maestro, vuole ricostruire la gioia profonda nel cuore delle persone. Non un elenco di cose da fare o di regole da osservare, ma una relazione che cerca il bene del fratello che incontriamo. E poi nello stemma c’è un chicco di grano spezzato da cui esce una spiga.

Mi riporta alla mente la mia esperienza nel Movimento eucaristico, dove già ai più piccoli si spiega che Gesù, l’amico di tutti, “spezza” la sua vita per noi. Una fede vissuta nel mondo, il Vangelo come strumento di lettura della realtà sociale che ci circonda. Ma che cos’è il Vangelo? Risponde Morrone: «Volerci bene questo è il Vangelo». La risposta più semplice è sempre la più vera e la più profonda.


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A poco a poco in questo anno, si comprende ancora meglio la sua azione pastorale, attraverso i discorsi ed i fatti che, meglio delle parole, spiegano il senso delle cose. Già dai suoi primi discorsi chiarisce cosa è per lui la Chiesa. Niente «funzionari del sacro», ma persone che, condotte dal Padre, siano segno di condivisione nel mondo, perché la benevolenza e la condivisione vengono dallo Spirito, mentre le divisioni, siano esse nel contesto ecclesiale come anche in quello sociale, vengono sempre dallo spirito del male.

Con una bella immagine tratta da Patris Corde, Morrone ci ricorda che «il mondo ha bisogno di padri e rifiuta i padroni », un modo per ribadire che l’incontro quotidiano con le persone richiede un atteggiamento interiore di accoglienza e non di sopraffazione in tutti i contesti a cominciare da quello familiare e lavorativo, vissuti da ciascuno ogni giorno. Il Vangelo della quotidianità, ben lontano da uno spiritualismo tutto interiore o da una religiosità superstiziosa. E poi ci sono i gesti significativi. La prima uscita pubblica ad Arghillà, vicino a chi vive nel maggiore degrado. La visita al carcere è una presenza d’amore che ricorda, come vorrebbe anche la legge, che tutti hanno la possibilità di rinnovare la propria vita. La visita alla parrocchia sottolinea che la presenza di una

comunità ecclesiale diventa segno tangibile di un Dio che vuole essere vicino alle persone, soprattutto a quelle che hanno maggiori bisogni, che vivono situazioni di indigenza e di povertà educativa, fragili più di tutti.

Il mio primo incontro personale è insieme con il Consiglio direttivo dell’Istituto di formazione politico sociale. Nonostante i suoi numerosi impegni di neoarcivescovo, accetta di svolgere la prolusione ai corsi, con sobria presenza e profondità dei contenuti. Ricordo due aspetti del non lungo (altro grande merito, in un mondo di parlatori che non tengono conto dell’uditorio!) intervento. Emerge lo studioso quando affronta il tema della giustizia distributiva come valore sociale, che costituisce un primario impegno per il cristiano. Ma è il Pastore a ricordare che il fondamento di questo impegno sta nel fatto che «Dio si interessa del nostro vissuto», così chi vuole essere simile a Lui non può non cercare il bene del suo prossimo.


PER APPROFONDIRE: Un anno di Morrone, uno stile episcopale “forgiato” dal Sinodo


E poi il lavoro svolto con la Segreteria del Consiglio pastorale: incontri più ravvicinati e personali, senza fretta, con attenzione all’interlocutore. Si rafforza l’idea di una Chiesa in cui l’evangelizzazione non è sacramentalizzazione, ma rapporto diretto con le persone nonostante i suoi numerosi impegni di neo-arcivescovo; d’altro canto, i Vangeli non sono altro che racconti di incontri tra Gesù e le persone, incontri in cui il Maestro insegna, ma soprattutto pone domande perché l’interlocutore scopra da sé dove è la sua felicità.


* Segretario del Consiglio Pastorale dell’arcidiocesi di Reggio - Bova

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