Natalia Ginzburg e quel lessico familiare che appartiene a tutti noi

natalia ginzburg orig

Ai Overview: Nel giorno dell’anniversario della nascita di Natalia Ginzburg, un’analisi ripercorre i temi centrali del suo romanzo più noto, «Lessico famigliare», vincitore del Premio Strega nel 1963. L’articolo esplora come l’autrice abbia utilizzato il linguaggio domestico, fatto di espressioni ricorrenti e modi di dire, per delineare i tratti identitari della famiglia Levi sullo sfondo della Torino del Novecento. Partendo dalle dinamiche familiari descritte nel libro, la riflessione si estende all’esperienza universale dei ricordi d’infanzia, evidenziando come specifiche frasi pronunciate tra le mura di casa mantengano intatto, anche a distanza di decenni, il potere di rievocare legami affettivi e memorie condivise.

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L’intuizione narrativa di Natalia Ginzburg

«Noi siamo cinque fratelli. Abitiamo in città diverse, alcuni di noi stanno all’estero: e non ci scriviamo spesso. Quando ci incontriamo, possiamo essere, l’uno con l’altro, indifferenti o distratti, ma basta, fra noi, una parola. Basta una parola, una frase: una di quelle frasi antiche, sentite e ripetute infinite volte nella nostra infanzia. Ci basta dire: “Non siamo venuti a Bergamo per fare campagna” o “De cosa spussa l’acido solfidrico”, per ritrovare ad un tratto i nostri antichi rapporti, e la nostra infanzia e giovinezza, legata indissolubilmente a quelle frasi, a quelle parole». È uno dei passaggi più conosciuti di Lessico famigliare, il romanzo con cui Natalia Ginzburg vinse il Premio Strega nel 1963. Ne ho riletto oggi alcuni passaggi, nel giorno dell’anniversario della sua nascita. Natalia Ginzburg nacque infatti a Palermo il 14 luglio 1916, e mi ha fatto tornare a riflettere su una delle intuizioni più straordinarie della letteratura italiana del Novecento: raccontare le persone attraverso il loro lessico. Attraverso le parole, le frasi, i modi di dire. Quelle espressioni ricorrenti che finiscono per caratterizzare una famiglia e che, anche a distanza di molti anni, continuano a suonarci incredibilmente vicine.

La famiglia Levi e il contesto storico

Lessico famigliare è un romanzo di ricordi e di racconti, a metà fra autobiografia e diario, nel quale la voce narrante della Ginzburg attraversa la Torino degli anni Venti fino agli anni Cinquanta. Sullo sfondo scorrono il fascismo, le leggi razziali, la Seconda guerra mondiale, il dopoguerra, la ricostruzione e la nascita della casa editrice Einaudi. Ma la Storia resta quasi sullo sfondo. In primo piano c’è la famiglia. Ed è una famiglia raccontata soprattutto attraverso il linguaggio. Non il lessico siciliano, nonostante Natalia Ginzburg sia nata a Palermo, ma quello della casa in cui è cresciuta. Un lessico fatto di espressioni che si ripetono, di inflessioni, di modi di dire. Emergono ricordi vissuti e ricordi tramandati, episodi che l’autrice non ha conosciuto direttamente ma che finiscono comunque per appartenerle proprio attraverso le parole con cui le sono stati raccontati.

Il ritratto attraverso il linguaggio domestico

Emblematica è soprattutto la figura del padre, Giuseppe Levi, che prende forma attraverso il suo modo di parlare. «Lui diceva che era “da negri” discorrere coi vicini di casa», scrive Ginzburg, restituendo non soltanto un’espressione figlia del suo tempo, ma un tratto distintivo del suo carattere. Allo stesso modo la nonna ripeteva continuamente: «Voi fate bordello di tutto. In questa casa si fa bordello di tutto», intendendo dire che in famiglia non c’era nulla di così sacro da non poter diventare motivo di ironia. Sono frasi apparentemente ordinarie che, pagina dopo pagina, finiscono per costruire il ritratto di un’intera famiglia.

La forza evocativa delle memorie personali

Ripensando a quella riflessione di Natalia Ginzburg, secondo cui basta una parola, una frase ripetuta infinite volte durante l’infanzia, per ritrovare all’improvviso i propri antichi rapporti, credo che, in fondo, riguardi tutti noi. Io, ad esempio, ricordo che mia nonna, quando si arrabbiava moltissimo con noi nipoti, diceva sempre: «Malanova, non mi hai». In quella negazione c’era tutto l’affetto che provava nei nostri confronti. Anche quando si arrabbiava, anche quando urlava, anche quando ci impediva di fare quelle cose normalissime per dei bambini durante le vacanze estive. Bastava correre nei corridoi, ridere un po’ più forte del dovuto o improvvisare banchetti di frutta da vendere sul balcone e lei partiva con quel modo di dire che era solo suo. Ancora oggi, a distanza di quarant’anni, se oggi pronunciassi davanti a mio fratello o ai miei cugini quella frase – «Malanova, non mi hai» – ritroveremmo all’improvviso i nostri antichi rapporti, la nostra infanzia e quelle estati trascorse insieme. Proprio come scrive Natalia Ginzburg.

Un vocabolario universale

Ed è forse questa la ragione per cui Lessico famigliare continua a essere uno dei romanzi più amati della letteratura italiana. Perché non racconta soltanto la famiglia Levi. Racconta anche le nostre. Ci ricorda che ogni famiglia custodisce un proprio lessico, fatto di parole che fuori da casa non significano nulla e che, invece, per chi le ha condivise continuano a raccontare, meglio di qualsiasi fotografia, da dove veniamo e chi siamo.

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