Pangallo, «conservare il fuoco, non adorare le ceneri» – avveniredicalabria

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La riflessione: "Forse occorrerebbe senza nostalgia rileggere la stagione ecclesiale che vide Mons. Ferro accogliere le linee conciliari"

Pangallo, «conservare il fuoco, non adorare le ceneri»

Antonino Pangallo

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Per il compositore Gustav Mahler «la Tradizione è conservare il fuoco, non adorare le ceneri».

È interessante osservare oggi il fenomeno della resistenza, nascosta o palese, nei confronti del magistero di Papa Francesco dal momento che rivela ciò che sta avvenendo a livello ecclesiale.

Cercando di non farci condizionare da analisi pessimistiche, presentate come sano realismo, si tratta di cercare di analizzare il fenomeno di tale resistenza.

Spesso in nome della difesa dell’ortodossia si alzano voci di laici e anche di pastori, pronti a posizionarsi sugli spalti di un edificio ecclesiale che appare assediato dai nemici esterni ed interni, in una specie di argine che si è convinti di frapporre tra la fede autentica e le mistificazioni del mondo. In altri tempi sarebbe stata blasfemia parlare male del Papa nelle sacrestie, nel circoli intellettuali di cattolici doc ed ancor più in case di formazione come i seminari. Eppure oggi questa è la realtà. Il riferimento a Papa Benedetto, il cui magistero rimane una pietra miliare, viene citato consapevolmente o meno, in opposizione.

Sia chiaro che la «papolatria» è un eccesso certamente non da perseguire. Non si tratta di essere pro o contro Papa Francesco o Papa Benedetto, rimpiangere Giovanni Paolo II o i predecessori, ma di avere una visione ecclesiologica chiara, capace di riconoscere l’azione dello Spirito Santo che dona alla sua Chiesa la guida per un determinato tempo. È sempre stato così e sempre lo sarà.

Se c’è addirittura chi parla di un conclave con elezione nulla, molti altri, tra sorrisetti sornioni e disquisizioni alte, prendono le distanze da un magistero letto con occhi critici e/o dall’esercizio di governo, considerato non all’altezza. L’assetto ecclesiale appare senza mordente e preoccupato dello status quo. Sembra che le stanze ecclesiali siano congelate e preoccupate dell’esercizio di governo, inteso come gestione burocratico-amministrativa. Più che su un organico lavorio pastorale si organizzano eventi. La riforma ecclesiale non sta certo in nuove regole o organigrammi, né in operazioni di immagine. Un amico laico con il quale condivido questi pensieri mi diceva: «Oggi lo Spirito del Signore ci sta parlando mediante il magistero di Papa Francesco. Non è tanto il parlare quanto una evangelizzazione che pone al centro la gioia del Vangelo, capace di andare oltre la stessa dimensione ecclesiale. Basti pensare come alcuni temi tipici del suo pontificato aiutano ad individuare i tratti di un futuro più umano e sostenibile. Mi riferisco al concetto che il Papa sviluppa in tante occasioni di ecologia integrale».

Sia chiaro che il Deposito della fede deve essere custodito integralmente affinché non divenga un prodotto di mercato da piazzare al ribasso, né sia sottoposto agli imbellettamenti da maquillage alla moda. È opportuno chiarire, inoltre, che non si tratta di seguire l’onda del papa regnante per scalare ma di seguire l’azione dello Spirito Santo che guida la sua Chiesa e di lasciarsi interpellare.

Tuttavia, c’è da chiedersi se la rigidità dei difensori non sia il segnale della paura al rinnovamento autentico. A volte le persone più rigide sono le più pericolose, nuovi inquisitori a caccia di streghe ed eresie. A volte le rigidità e le nostalgie del passato esprimono limiti psicologici, come il narcisismo, ritornato in auge e camuffato in tante forme.

Tutto questo movimento appare come un’onda di risacca del mare. Se il Concilio Vaticano II trovò tante resistenze prima di donarci il suo frutto maturo, oggi ci ritroviamo in una situazione simile ma senza i colossi del passato in ambito istituzionale o teologico. Sembra di trovarci in una fase di stanca ecclesiale che la pandemia ha smascherato. Al di là della preoccupazione di mostrare che tutto è a posto o a provvedere a soluzioni da pannicelli caldi, c’è da chiederci cosa significhi oggi parlare di «discernimento comunitario». C’è da chiedersi cosa è rimasto del Convegno di Firenze e del discorso fatto dal papa sotto la volta del Brunelleschi.

Forse occorrerebbe senza nostalgia rileggere la stagione ecclesiale che vide Mons. Ferro accogliere le linee conciliari e trovò la nostra chiesa pronta a mettersi in gioco sulle vie di un autentico rinnovamento. 

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