Ai Overview: Il primo luglio 1962, a pochi mesi dall’apertura del Concilio Vaticano II, Papa Giovanni XXIII promulgò l’enciclica “Paenitentiam agere”. Il documento, spesso trascurato nelle narrazioni storiche dell’evento, invitava la comunità cattolica a una profonda preparazione spirituale basata sulla preghiera, sulle opere di carità e sulla penitenza. L’articolo ripercorre il significato di quel testo, evidenziandone non solo il valore preparatorio per i lavori assembleari, ma anche la visione ecumenica che anticipava temi ripresi decenni dopo da Giovanni Paolo II. L’analisi si estende al contesto contemporaneo, tracciando un parallelo con l’attuale ciclo di catechesi promosso per il 2026 sui documenti conciliari e con le dinamiche di conversione legate al recente Giubileo della Speranza. Infine, il testo riflette sulla concezione odierna della penitenza e del sacramento della Riconciliazione, richiamando approfondimenti teologici recenti che sottolineano la necessità di riscoprire il vero significato di “metànoia” come autentico cambiamento di mentalità.
La preparazione spirituale al Concilio Vaticano II
Tre mesi prima che si aprissero le porte di San Pietro per il Concilio Vaticano II, Giovanni XXIII firmava un documento molto importante: era il 1° luglio 1962, festa del Preziosissimo Sangue, la lettera enciclica “Paenitentiam agere” chiedeva a tutta la Chiesa di «prepararsi alla grande celebrazione conciliare con la preghiera, le buone opere e la penitenza». Quel testo resta il grande assente nelle ricostruzioni del Concilio, oscurato dalla “Humanae Salutis” e dal discorso “Gaudet Mater Ecclesia”. Nella visione di Roncalli, però, l’enciclica aveva un posto importante, il Papa scandì la preparazione con un ordine rigorosamente spirituale: l’esortazione “Sacrae Laudis” ai sacerdoti in gennaio, il motu proprio “Consilium” in febbraio, l’enciclica sulla penitenza in luglio, il pellegrinaggio in treno a Loreto e ad Assisi il 4 ottobre. Il Concilio era un evento dello Spirito, e la conversione interiore ne costituiva il presupposto: «Ogni gesto di più solenne incontro tra Dio e l’umanità è stato sempre preceduto da un più suadente richiamo alla preghiera e alla penitenza», scriveva, risalendo da Mosè al Battista e ricordando che anche i concili precedenti avevano richiesto digiuni e penitenze pubbliche. Ogni diocesi avrebbe dovuto indire una «funzione penitenziale propiziatoria» e una novena allo Spirito Santo.
La visione ecumenica della penitenza
L’enciclica contiene anche un’intuizione ecumenica perché Giovanni XXIII auspicava che la testimonianza di una Chiesa penitente risvegliasse nei «fratelli separati» «un vivo ed efficace desiderio di unità sincera e operosa». L’idea che la conversione dei cattolici potesse parlare alle altre confessioni anticipava la purificazione della memoria praticata da Giovanni Paolo II nel Giubileo del 2000.
Il legame con il presente e le nuove catechesi
Rileggere la Paenitentiam agere oggi significa intercettare un filo che arriva al presente, Leone XIV ha dedicato il 2026 a un ciclo di catechesi sui documenti conciliari, dalla Dei Verbum alla Sacrosanctum Concilium: se Giovanni XXIII chiedeva penitenza prima del Concilio, il suo successore chiede di tornare ai testi per assimilarli. E il Giubileo della Speranza appena concluso, prolungato nell’Anno di San Francesco fino a gennaio 2027, ha rimesso al centro la stessa dinamica di conversione. Il decreto della Penitenzieria Apostolica chiede ai sacerdoti di rendersi disponibili per il sacramento della Riconciliazione «con spirito pronto, generoso e misericordioso».
Il significato originario di metànoia nella Chiesa di oggi
Il linguaggio della Paenitentiam agere (mortificazione volontaria, cooperazione alla redenzione attraverso la sofferenza) può sembrare remoto, ma una giornata di studi promossa nel 2023 dalla Facoltà teologica del Triveneto ha messo a fuoco un paradosso: la pandemia aveva imposto una penitenza forzata che aveva fatto riscoprire il sacramento nella sua dimensione comunitaria; poi, come ha osservato la teologa Elena Massimi, «venuto meno il contesto è sparita la domanda», perché, secondo la teologa, «nella nostra prassi non c’è un cammino di conversione del cristiano e per questo il sacramento non trova l’orizzonte entro il quale poter vivere». Giovanni XXIII, a modo suo, lo aveva intuito: pochi mesi dopo l’enciclica, nel radiomessaggio per la Quaresima 1963, definì la penitenza «un mutamento in meglio del modo di pensare e di agire, secondo l’insegnamento evangelico». Una formula che restituisce alla parola il significato originario: il greco metànoia, cambiamento di mentalità.













