Avvenire di Calabria

Riceviamo e pubblichiamo questa riflessione a firma del dottor Vincenzo Pizzonia che ha voluto proporre il proprio punto di vista

Sinodo a Reggio Calabria, una riflessione sulla partecipazione

«Nell’intrapreso cammino sinodale, per uscire fuori dalla crisi dovremo anzitutto invocare lo Spirito Santo», scrive nella sua riflessione

di Vincenzo Pizzonia

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Riceviamo e pubblichiamo questa riflessione a firma del dottor Vincenzo Pizzonia che ha voluto sottoporre all'attenzione dei lettori di Avvenire di Calabria il proprio punto di vista sul primo anno di cammino sinodale nell'arcidiocesi di Reggio Calabria - Bova.

Reggio Calabria, conclusa il primo anno di Sinodo

Anche la nostra Chiesa locale, ha concluso il primo tratto del percorso sinodale. All’inizio di questo importantissimo evento ero convinto che le difficoltà di mettere in campo le azioni necessarie per raggiungere gli obiettivi del cammino sinodale, sarebbero state particolarmente rilevanti, e fortissimi ostacoli ne avrebbero minato l’efficacia.

Ad oggi non ho mutato convincimento, ma confido fortemente  che il cammino sinodale appena avviato, possa costituire, con l’aiuto dello Spirito Santo, anche per la nostra Diocesi “ quel processo necessario che permetterà alle nostre Chiese …di fare proprio, sempre meglio, uno stile di presenza nella storia che sia credibile e affidabile, perché attento ai complessi cambiamenti in atto e desideroso di dire la verità del Vangelo nelle mutate condizioni di vita degli uomini e delle donne del nostro tempo” e consentirà di plasmare “la figura conciliare della Chiesa “popolo di Dio”.

Ma devo specificare che il mio personale convincimento era fondato e resta basato sulla gravità dei problemi religiosi - spirituali, culturali, sociali, economici, ambientali che in Calabria, e ancor più nel nostro territorio, si presentano in forme acute e destabilizzanti.


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La gravità della situazione religiosa - spirituale emergeva interamente nella domanda che si è posto il nostro nuovo Arcivescovo Fortunato Morrone. ”… com’è possibile che la secolare fede cristiana, annuncio del mondo nuovo in Gesù, qui in Calabria in genere non abbia assunto e declinato nella vita il linguaggio della speranza che sostanzia la responsabilità civica e civile e corrobora il protagonismo creativo nella sfera socio-culturale e politica della civitas, mentre si è ben espressa nel linguaggio rituale ripetitivo di una religiosità consolatoria e non poche volte alienante?

La domanda non può essere elusa. Le ragioni di tutto ciò sono complesse e dovranno essere indagate ad ampio raggio, e comprese, senza tralasciare di approfondire quelle che hanno concorso a frenare (congelare) nella nostra Diocesi il processo di rinnovamento della Chiesa che, pur tra mille difficoltà, era stato avviato da Mons. Ferro nella prima fase postconciliare.

Sappiamo che questo Arcivescovo, che ha incarnato pienamente il modello di pastore descritto da Pietro (1Pt 5,2-3), ha dato largo spazio ai laici, favorendo la nascita o il rafforzamento di nuovi movimenti ecclesiali, che si sentivano sollecitati a prendere più chiara coscienza di appartenere alla Chiesa come membri vivi, chiamati a fortificarsi nella fede  e ad operare responsabilmente e con competenza-  in un contesto ecclesiale  e civile particolarmente problematico-, per lo sviluppo della Chiesa stessa e per la trasformazione educativa e relazionale, e, non ultima, sociale e democratica, della convivenza civile.

Tanti tra noi hanno vissuto questa fase, e alcuni hanno anche vissuto, con l’esperienza  esaltante della partecipazione alla “Commissione  Pastorale del lavoro e per i problemi sociali”(1981-1983), e della condivisione, con i giovani  dei vari Gruppi Ecclesiali, di un  impegno concreto e responsabile di denuncia  e contrasto …dei mali che avevano generato la profonda crisi  della realtà cittadina “ormai sull’orlo del collasso”, e la delusione  di una affrettata interruzione dello stesso per ostacoli “interni”.

La risposta alla domanda complessa dell’Arcivescovo,  che può venire dal commento di Luigino Bruni, al passo della Bibbia (Osea 5, 1-2), è particolarmente preoccupante:  “Il grande messaggio di Osea è davvero molto importante, forse decisivo. Ci dice che siamo già dentro un culto idolatrico quando riduciamo la religione al solo culto, quando confiniamo Dio nel suo luogo sacro e non lo facciamo diventare ethos (norma di vita) delle nostre relazioni, diritto e giustizia. Un dio che diventa solo culto religioso è un idolo”.

Ciò è quanto successo nella nostra Diocesi?

Il declino della nostra comunità si è sicuramente accentuato quando i laici più coinvolti non hanno avuto il coraggio -  pur  in presenza di un chiaro quadro conoscitivo della disastrosa situazione  della città e di un impegno  assunto in coerenza con le indicazioni della Conferenza Episcopale Calabra (1975) e con le  sollecitazioni che  i Vescovi italiani  avevano affidato al mirabile documento del 1981 - di perseverare sul sentiero virtuoso che avevano appena intrapreso, rinunciando ad opporre, alla “prudenza” ed all’immobilismo dell’ordine presbiterale, evangelicamente incoerenti e contraddittori, l’esigenza di una testimonianza animata dalla “ forza dirompente e innovatrice della fede cristiana”.

La nostra comunità è ricaduta nella palude dell’immobilismo e ha sperimentato i frutti perversi dell’elitismo nell’ordine presbiteriale, del clericalismo, del carrierismo del clero, del clericalismo e carrierismo laico, del non fraterno rapporto clero laicato che il più delle volte ha generato sudditanza, estrema subordinazione, refrattarietà dei fedeli ad esercitare la libertà di parola, per paura di entrare in conflitto col parroco, o col Vescovo, del metodico tradimento della funzione dei laici  anche all’interno delle aggregazioni e consulte laicali. 

Ma è fondamentale ricordare che, ancora Bruni scrive: “Ma la dimensione più importante e interessante di questo capitolo riguarda l’idolatria dei politici e dei governanti, quella che si esprime nella sfera civile, sociale ed economica” e deduce che “Quando in una comunità prende piede un processo di declino, anche se inizia (come dice Osea) dai "sacerdoti", cioè nella sfera prettamente religiosa o spirituale, non è mai un declino puramente religioso. La sua morfologia è più complessa. La crisi investe subito la sfera organizzativa, entra nelle pratiche che toccano l’equità nei rapporti, la governance delle relazioni verticali e orizzontali, il bilancio d’esercizio, la gestione della ricchezza e della povertà, l’apertura verso i fragili, il conto in banca”.


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E non c’è dubbio che ragioni importanti del declino della nostra comunità sono associate all’idolatria che si è espressa e si esprime nella sfera sociale, civile, economica, generando e consolidando, per colpevoli inadempienze delle istituzioni nazionali e regionali - che hanno disatteso l’obbligo del buongoverno e l’obiettivo di perseguire la coesione economica, sociale e territoriale-, e  per una congiura del silenzio -troppo diffusa a livello dei vari gruppi organizzati- esistenti nella società civile o che si identificano come aggregazioni laicali diocesane, la cui presenza è collegata alla finalità di contribuire al rafforzamento del protagonismo attivo nei processi di  difesa dei diritti del cittadino e crescita dei sistemi culturali e sociali- - fenomeni di mafiosità, malgoverno, localismi, corporativismi, familismi, corruzione, faziosità e drammi sociali.

In definitiva, deve essere ben chiaro che si tratta di una realtà, dove i diritti dell’uomo sono ampiamente disattesi come i diritti della natura, dove è fortissima l’esigenza di una rigenerazione spirituale, e sociale, economica, ambientale; in un territorio, quello della Città Metropolitana, con una lunga storia di programmi e piani di sviluppo inefficaci e  col rischio perdurante di  non predisporre gli strumenti necessari con cui fronteggiare le sfide di crescita intelligente, inclusiva, sostenibile delle strategie nazionali ed europee, in una Regione, la Calabria, inaffidabile, dove si rileva con sconforto che nessun effetto serio sull’economia si è generato in questi anni di gestione delle risorse comunitarie, e dove, di fronte all’aggravarsi delle condizioni economiche e sociali, lo spreco, l’inefficienza, la cattiva gestione della Programmazione e, in particolare, dei Fondi Europei è insopportabile.

Nell’intrapreso cammino sinodale, per uscire fuori dalla crisi dovremo anzitutto invocare lo Spirito Santo, perché ci aiuti ad operare quella profonda conversione che serve per costruire “una nostra personale autentica, verace fede in Cristo e nel suo Vangelo” rafforzando in noi la consapevolezza che non possiamo farlo “a prescindere dalla comunità ecclesiale”. Ma, riconoscendo che troppo a lungo ci siamo disinteressati di diritti e giustizia e siamo rimasti silenti di fronte alle “trappole e i lacci “organizzativi della gestione del potere”, e, abdicando ad ogni responsabilità civica e civile, abbiamo assistito inermi alla deriva del bene comune, lasciando che le idolatrie penetrate nel nostro popolo si rivestissero sempre più di “prassi relazionali e comunitarie” sbagliate, dobbiamo fortemente aspirare ad una conversione cristiana coerentemente capace di riconsiderare  « tutto ciò che concerne l’ordine sociale ed il conseguimento del bene comune».

Il nostro arcivescovo ci suggerisce di ripartire dalle   “beatitudini, somma del  Vangelo “ che  “ sono l’antidoto “ giusto” alla nostra arretrata cultura religiosa,  riscoprendo il coraggio della testimonianza del singolo e della comunità, nelle sue varie forme di aggregazione, e di immetterci  con pienezza “nell’orizzonte programmatico enunciato da EG...per evitare il rischio che il nostro cammino si risolva” in una sorta di struscio religioso che non innerva la vita affettiva, famigliare, sociale, amministrativa, politica e culturale del nostro territorio”.

E’ un percorso difficilissimo per tutti, che si snoda su un sentiero stretto, pieno di ostacoli. E, obiettivamente, è un percorso ancor più difficile per la nostra comunità. Per intraprenderlo è necessario superare paura e sgomento, ritrovare fiducia ed equilibrio, decidere di lavorare per il cambiamento e per la costruzione di un mondo migliore.

Ricordandoci che come cittadini italiani avremmo l’obbligo di rimuovere le consolidare carenze di partecipazione ai processi che rafforzano la democrazia, e di impegnarci a rispettare e a richiedere il rispetto dei principi della  nostra costituzione, e che  come cittadini-cristiani  avremmo l’obbligo di riscoprire la dottrina sociale della Chiesa, il cui principio ispiratore e direttivo è la “carità illuminata dal vero e la verità abitata dall’amore ( “Caritas in veritate”)”, paradigma di senso e di valore da cui, come laici – auspicabilmente coinvolti sempre più nella missione della Chiesa e chiamati a dare risposte adulte e responsabili “in un contesto sociale e culturale che relativizza la verità, diventando spesso di essa incurante e ad essa restio”, possiamo trarre criteri orientativi dell'azione morale in campo sociale, ed entro cui possiamo  comprendere e orientare le dinamiche sociali del nostro tempo.

Riflettendo sul fatto che “la logica dei due tempi: prima riformiamo la vita spirituale e dopo gli aspetti pratici”, non è “quella biblica e non è quella della vita…” dobbiamo convincerci che è necessario affrontare la crisi” lavorando simultaneamente sull’asse verticale e su quello orizzontale delle nostre relazioni”, con lo stile che il Sinodo richiede.

 Ricominciamo, dunque, il nostro cammino di laici cristiani, cittadini secondo il Vangelo” dall’intimo del cuore, insieme, ai confini del mondo e dell’umano” avendo ben presente però, che per costruire “comunità fraterne e missionarie al servizio del bene comune della società e della cura della casa comune” (obiettivi fondamentali del Sinodo), si richiede capacità, a tutti i livelli, di aprirsi al dialogo su tutto e con tutti, diponibilità all’impegno per” rendere migliore il mondo con il progresso materiale e spirituale della società”, nel rispetto dei principi costituzionali e della dottrina sociale della Chiesa (per i credenti), consapevolezza della necessità di agire localmente e pensare globalmente, aprendosi alla visione dello Sviluppo sostenibile, sommamente ambiziosa e trasformativa del mondo, che nel contesto generazionale attuale, malgrado tutto, si sostanzia in azioni e obiettivi sperimentati, indicati per sostenere la determinazione di:

  • porre fine alla “povertà e alla fame, in tutte le loro forme e dimensioni, e ad assicurare che tutti gli esseri umani possano realizzare il proprio potenziale con dignità ed uguaglianza in un ambiente sano.
  • proteggere il pianeta dalla degradazione, attraverso un consumo ed una produzione consapevoli, gestendo le sue risorse naturali in maniera sostenibile e adottando misure urgenti riguardo il cambiamento climatico, in modo che esso possa soddisfare i bisogni delle generazioni presenti e di quelle future.
  • assicurare che tutti gli esseri umani possano godere di vite prosperose e soddisfacenti e che il progresso economico, sociale e tecnologico avvenga in armonia con la natura.
  •  promuovere società pacifiche, giuste ed inclusive che siano libere dalla paura e dalla violenza. Non ci può essere sviluppo sostenibile senza pace, né la pace senza sviluppo sostenibile.

Confortati dalla constatazione che le azioni da intraprendere vanno nella stessa direzione che serve per operare la diaconia sociale rilanciata nelle Encicliche Laudato si’ e Fratelli tutti.

E’ importante e urgente trovare i modi per far crescere la consapevolezza che si tratta di partecipare alla costruzione di un nuovo umanesimo, e che tutti siamo interpellati a concorrere attivamente alla sua realizzazione, in ogni angolo del mondo.

In questa nostra Diocesi arretrata, ferita, ma pur sempre ricca di doni del Signore e segni forti di speranza, vecchi e recenti, l’azione trasformatrice è da avviare con urgenza, da oggi, senza indugio, continuando ad affidare anzitutto all’ascolto e  alla preghiera rigeneratrice la speranza che “la pigrizia spirituale non ci esponga al pericolo di tradire il nostro battesimo o di essere degli inutili cristiani che sanno solo fuggire (Lercaro)”, intraprendendo un percorso inclusivo di riconciliazione, con la consapevolezza che la giustizia di Dio è  nello stesso tempo anche misericordia e perdono,  ma rigettando da subito e con chiarezza le logiche perverse che hanno determinato degrado ed emarginazione, animando il pubblico confronto sui temi  della vita culturale, sociale, economica, particolarmente nelle aree urbane della Diocesi e della Città Metropolitana, e assicurando comunque partecipazione attiva, responsabile e competente, con impegno profondo a cui ci siamo sottratti finora, indolenti e irresponsabili, come singoli o come aggregazioni laicali, nello sforzo continuo di esporre con chiarezza e competenza  le  nostre  convinzioni e concorrere così alla costruzione di un’etica pubblica, che possa essere condivisa da credenti e non credenti, e di far  valere progetti per il bene comune, con fedeltà al convincimento che  «il bene comune della società non è un fine a sé stante; esso ha valore solo in riferimento al raggiungimento dei fini ultimi della persona e al bene comune universale dell’intera creazione. Dio è il fine ultimo delle sue creature e per nessun motivo si può privare il bene comune della sua dimensione trascendente, che eccede ma dà anche compimento a quella storica»

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