Ai Overview: Tommaso Moro, Lord Cancelliere d’Inghilterra sotto Enrico VIII, fu condannato a morte nel 1535 in seguito al suo rifiuto di riconoscere il sovrano come capo supremo della Chiesa d’Inghilterra. Autore del saggio “Utopia” ed esponente di spicco della vita pubblica britannica, rassegnò le dimissioni dall’incarico governativo opponendosi all’Atto di Supremazia. Incarcerato e processato sulla base di false testimonianze, venne giustiziato a Tower Hill. La Chiesa cattolica lo ha canonizzato nel 1935 e, nel 2000, Giovanni Paolo II lo ha proclamato patrono dei governanti e dei politici per la sua condotta etica nelle istituzioni.
Gli ultimi istanti a Tower Hill
Il 6 luglio 1535, sul patibolo di Tower Hill, Tommaso Moro si rivolse al boia dicendo: «Questa per lo meno non ha commesso alcun tradimento», disse sistemandosi la barba di lato perché la lama non la toccasse. Erano gli ultimi gesti del Lord Cancelliere d’Inghilterra, l’uomo più potente del regno dopo il re, che aveva scelto la morte piuttosto che piegare la propria coscienza.
La giovinezza e la pubblicazione dell’Utopia
Nato a Londra il 7 febbraio 1478, figlio di un giudice, Moro studiò diritto a Oxford e visse un’amicizia profonda con Erasmo da Rotterdam, che nella sua casa di Chelsea compose l’Elogio della follia e glielo dedicò con un gioco sul cognome: in greco moría significa appunto follia. Nel 1516 pubblicò l’Utopia, l’opera che gli diede fama in tutta Europa e a tutti gli effetti inventò un termine entrato di diritto nel linguaggio universale.
La rottura con Enrico VIII e l’Atto di Supremazia
Poi la carriera politica fu molto veloce: membro del Parlamento, consigliere del re, infine Lord Cancelliere dal 1529. Enrico VIII lo stimava e lo considerava amico, però quando il sovrano, vedendosi respingere dal papa la richiesta di annullamento del matrimonio con Caterina d’Aragona, si proclamò capo supremo della Chiesa d’Inghilterra perché voleva sposare Anna Bolena, Moro si trovò davanti a un bivio. Prima tentò la via del silenzio: si dimise il 16 maggio 1532, convinto che bastasse a proteggerlo, ma l’Atto di Supremazia del 1534 impose a ogni suddito un giuramento di riconoscimento del primato regio sulla Chiesa. Moro rifiutò, insieme al vescovo John Fisher, fu tra i pochissimi a opporsi, così fu rinchiuso nella Torre di Londra per oltre un anno, in condizioni durissime, venne processato il 1° luglio 1535 sulla base della falsa testimonianza di Richard Rich. Ovviamente l’esito fu la condanna a morte.
La decapitazione
Sul patibolo, cinque giorni dopo, chiese ai presenti di pregare per il re, poi chinò il capo sul ceppo; la sua testa fu esposta per un mese sul Ponte di Londra, finché la figlia Margaret la riscattò.
Il patronato per i politici e le motivazioni di Giovanni Paolo II
Beatificato nel 1886 da Leone XIII e canonizzato nel 1935 da Pio XI, nel quarto centenario del martirio, Moro dovette attendere altri 65 anni per vedersi assegnato il titolo di patrono dei governanti e dei politici che gli fu assegnato esattamente il 31 ottobre 2000 da Giovanni Paolo II. Le ragioni di questa scelta, scrisse Wojtyla, erano motivate dal «bisogno che il mondo politico e amministrativo avverte di modelli credibili, che mostrino la via della verità in un momento storico in cui si moltiplicano ardue sfide e gravi responsabilità». Il papa ricordò che il cancelliere inglese «pose la propria attività pubblica al servizio della persona, specialmente se debole o povera» e che la sua vicenda «illustra con chiarezza una verità fondamentale dell’etica politica»: difendere la libertà della Chiesa dalle ingerenze dello Stato significa difendere la libertà di ogni persona di fronte al potere.
Il richiamo recente ai parlamentari
La figura del santo inglese è riaffiorata nel magistero ordinario della Chiesa il 21 giugno 2025, quando Leone XIV, parlando ai parlamentari di 68 Paesi riuniti a Roma per il Giubileo dei Governanti, ha indicato in Moro il modello di chi interpretò la politica «non come professione, ma come missione per la crescita della verità e del bene», e lo ha definito «un martire della libertà e del primato della coscienza». Oggi, a 491 anni dalla sua morte, il cancelliere che preferì il patibolo alla menzogna propone ancora un interrogativo a chiunque eserciti un potere pubblico: esiste un punto oltre il quale la coscienza non è negoziabile?













