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Vent'anni fa moriva Indro Montanelli. Don Sarino Pietropaolo ricorda il giornalista. Fedele lettore de Il Giornale Nuovo e La Voce, il parroco di Bagnara Calabria ritrae quello che definisce «il principe dei giornalisti».
Vent’anni fa, come oggi, ci lasciava Indro Montanelli,il principe dei giornalisti che ha attraversato il Novecento e lo ha raccontato, anno dopo anno, con inimitabile verve e con cipiglio controcorrente.
Lo dico subito: non l’ho mai incontrato né gli ho mai scritto una lettera, ma ho avuto il dono di tenere con lui un lungo sodalizio, come tanti italiani, iniziato in maniera stabile dal 1974 comprando tutti i giorni Il Giornale Nuovo, e seguendolo anche, nella breve ed esaltante avventura de La Voce. Montanelli, e il grande e dimenticato purtroppo, Ricciardetto (Augusto Guerriero) sono stati per me veri maestri nello scrivere. Tanti in questo mese lo ricordano con libri di ricordi, e articoli vari, qualcuno anche impudentemente autoproclamandosi allievo e sodale.
Oggi voglio ricordarlo, raccontando un episodio che mi è capitato giusto dieci anni fa. Mi trovavo ospite di amici ad Empoli, e spesso andavo in giro alla scoperta di alcune località vicine, Lucca, Firenze, Pisa, Certaldo, patria di Boccaccio.
Una mattina usciamo presto alla ricerca di piccole fabbriche artigianali di scarpe, e ad un bivio improvviso campeggia un segnale stradale "Fucecchio". Ci inoltriamo e poco dopo sulla strada due vigilesse. Chiedo: «Dove si trova la Casa di Montanelli?». Si guardano sorprese. Insisto: «C’è qui la Fondazione Montanelli?». La risposta: «Non sappiamo, salendo in paese potete chiedere». Mi allontano borbottando tra me «Nemo propheta in patria! Anche a te la stessa antica maledizione», dico in un ipotetico confronto con l'Indro.
La mia piccola Ford arrampicandosi, s’intrufola in un vicolo molto stretto: seduto su un gradino un giovane signore si sventola con un giornale. «Cerchiamo la Casa di Montanelli?». Questa volta la risposta è diversa: «Siete della RAI? La stiamo aspettando per un servizio, sono dieci anni oggi dalla sua morte». Pochi passi a piedi e ci fa entrare. La visitiamo attardandoci. La sua biblioteca con una piccola scaletta in legno chiaro per accedere ai libri. E poi, ecco la sua scrivania, con la mitica Olivetti 22: la foto di rito, in piedi, quasi con venerazione.
Un requiem aeternam silenzioso per non turbare quella quiete, e usciamo. Mi tornano in mente alcuni episodi, specie i colloqui con preti e religiosi: la confidenza al cardinale Martini: «Vi invidio per la vostra fede». E anche una notizia sussurrata nei giorni successivi alla morte, in quei giorni nei corridoi della clinica la Maddonnina dove Indro si preparava a lasciare questo tempo e scriveva il suo ultimo articolo: l’epitaffio si aggirava spesso, di sera e con circospezione un frate francescano.
E poi passeggiando per quelle viuzze strette, concludiamo una mattinata eccezionale. Mentre mi allontano mi viene in mente un bel libro del giornalista di penna fine e graziosa Giorgio Torelli, al quale il«fenicottero dal lungo naso affidò per anni la terza pagina del Giornale perché la domenica narrasse del Vangelo e della vita dei cristiani», pubblicato un anno dopo la morte. Il Padreterno e Montanelli si sono incontrati. Ha avuto Indro le spiegazioni che cercava? Credo proprio di sì.
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