I riti del Carnevale in Calabria tra falò e tradizioni greche

Particolare dipinto

In diverse località della Calabria, il Carnevale non rappresenta soltanto un momento di festa e di allegria sfrenata, ma custodisce, spesso inconsapevolmente, le tracce di rituali ancestrali che affondano le proprie radici nella cultura classica e mediterranea. La figura di “Carnalivaru”, destinata al rogo o alla morte rituale alla fine dei festeggiamenti, non è una semplice messinscena folcloristica, bensì l’erede diretta di pratiche purificatorie che, nel mondo antico, servivano a ristabilire l’ordine sociale attraverso l’individuazione di un capro espiatorio. Sebbene oggi la componente ludica abbia preso il sopravvento, analizzare le modalità con cui queste cerimonie si svolgevano in passato, come a Tropea o a San Costantino di Briatico, permette di leggere in filigrana una storia di antropologia culturale complessa, dove la comunità cercava la salvezza collettiva attraverso l’espulsione fisica del male, una dinamica che sopravvive come testimonianza di un tempo in cui il sacro e il profano si intrecciavano indissolubilmente.

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Il rito del fantoccio e le origini antiche

Ancora oggi in alcuni paesi della Calabria, rimane la processione di “carnalivaru”. Non è altro che un fantoccio il quale durante il martedì grasso, alla fine del corteo, viene legato, bruciato, decapitato o annegato. Dietro questi gesti apparentemente folli si celano in realtà gli echi di sacrifici rituali propri del mondo antico dove delle controfigure di sovrani
erano create appositamente per questo periodo di rinnovamento. La loro uccisione si rendeva necessaria presso diverse popolazioni antiche all’accadere di una calamità o una carestia: il sovrano veniva allora immolato in quanto si riteneva che la sua “forza mistica di fortuna” fosse venuta meno. Il sacrificio avrebbe purgato la società da ogni male, ma esso, però, non doveva essere accompagnato da pianto o da strazianti dolori, ma di infinito gaudio perché quella morte era la salvezza futura della collettività e di ogni singolo uomo. Nel tempo queste credenze vennero “mitigate”, prima con la creazione di re “fasulli” (solitamente prigionieri o condannati a morte) e poi sostituiti con dei fantocci di paglia e vimini.

La testimonianza storica di Tropea

A Tropea, nell’Ottocento, come attesta la testimonianza del Segretario Generale della Intendenza della Calabria Ultra, il rogo avveniva nel giorno che chiudeva “i baccanali sollazzi”, dove si moltiplicavano le maschere e si sentivano fino a mezzanotte “altissimi urli” con quali fingevano di piangere la morte del Carnevale che il popolo simboleggiava in un omaccione di paglia goffamente vestito, al quale in ultimo finivano con l’appiccargli il fuoco fra le grida e gli schiamazzi.

Il Carnevale vivente a San Costantino di Briatico

In altri paesi della regione, era possibile assistere a una forma mista in cui una persona viva (in genere un personaggio caratteristico, un beone) simboleggiava il Carnevale fino al momento in cui doveva essere bruciato e poi lasciava il posto a un fantoccio di cenci, paglia, segatura, addobbato con foglie, erbe, simboli sessuali, ossa di maiale.
A San Costantino di Briatico alla fine del corteo “i becchini” facevano scendere Carnevale dalla bara, o meglio, con spirito goliardico, lo rovesciavano per terra, gli davano da bere altro vino e tutto il popolo gli lanciava le ultime imprecazioni, attaccandolo anche sul piano personale. Il personaggio, ovviamente, non poteva che stare al gioco anche perché era pagato per svolgere quel ruolo. Nel frattempo sulla bara veniva adagiato un finto carnevale, fatto con un abito imbottito di paglia che poi veniva bruciato.

Il legame con i pharmakoi dell’antica Grecia

Si trattava di una forma in cui la sostituzione di un fantoccio a un uomo vero attenuava un antico rito cruento che trova anche analogia con quello annuale dell’espulsione del pharmakoi dell’antica Grecia, che mirava ad espellere periodicamente la macchia accumulata l’anno trascorso. Elladio di Bisanzio riferiva che ad Atene era usanza portare in processione due pharmakoi in vista della purificazione, uno per gli uomini, l’altro per le donne. In genere erano due persone dall’aspetto ripugnante. Ornati di collane di fichi secchi venivano portati in giro attraverso tutta la città; li si colpiva sul sesso con bulbi di cipolla marina, con fichi e altre piante selvatiche, prima di cacciarli fuori dalla città; può anche darsi che, almeno alle origini, fossero messi a morte per lapidazione, i cadaveri bruciati, le ceneri disperse. Tutto lascia pensare che i pharmakoi venissero reclutati tra la feccia della popolazione, tra coloro che per i loro misfatti, la loro bruttezza fisica, la loro bassa condizione, le loro occupazioni vili e ripugnanti erano considerati esseri inferiori.

L’emarginato come capro espiatorio

Interessante, ancora una volta, il paragone con quanto avveniva a San Costantino di Briatico fino agli anni ‘30 del Novecento. Il personaggio che rappresentava Carnevale
era per tradizione un invalido del paese meglio conosciuto come “Peppi ‘u nuzzu”. Un ruolo che qualche volta gli venne conteso da “Rafaeli ‘u stortu” chiamato così per l’aspetto deforme. Questi “attori” ricevevano compensi in denaro, cibarie e vino in abbondanza così come accadeva nel VI secolo a. C. ad Efeso dove un uomo scelto per la sua bruttezza veniva nutrito a spese della città e poi, un giorno stabilito, scacciato a frustate.

Il significato sociale dell’espulsione del male

La comunità scaricava così la propria aggressività su un emarginato, scelto per la
sua deformità come simbolo del male. Evidentemente egli non era colpevole di
nulla, ma il suo compito era proprio quello di essere il rappresentante di ogni
forma possibile di sventura: espellendolo, il paese si liberava di un essere tabù.
Anche se questa pratica, ancora sopravvive, possiamo però considerarla solamente un
“fossile sociale” in quanto il suo significato originale si è perso nel tempo.

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