A Tor Vergata l’abbraccio di papa Leone XIV ai giovani del mondo intero

Durante la Messa del Giubileo dei Giovani, il Papa ha invitato a non spegnere la sete di infinito con surrogati, ma a trasformarla in desiderio d’incontro con Dio e di santità

Il grande campo di Tor Vergata ha accolto questa mattina più di un milione di giovani giunti da tutto il mondo per la Celebrazione Eucaristica conclusiva del Giubileo dei Giovani, presieduta da papa Leone XIV. Parole forti, cariche di Vangelo, di ascolto e di speranza hanno risuonato nel luogo che venticinque anni fa fu testimone della Giornata mondiale della gioventù con san Giovanni Paolo II.

Un campo trasformato in altare vivente

A Tor Vergata, questa mattina, il sole si è levato su una distesa di volti giovani e occhi svegli, ancora colmi dell’emozione della veglia di preghiera della sera precedente. Il grande campo, che venticinque anni fa aveva ospitato Giovanni Paolo II e milioni di giovani, si è trasformato di nuovo in un altare vivente per accogliere la Celebrazione Eucaristica del Giubileo dei Giovani, presieduta da papa Leone XIV. L’omelia del Santo Padre ha preso le mosse dal Vangelo, ma soprattutto dal cuore di quei ragazzi venuti da ogni parte del mondo. Come i discepoli di Emmaus, ha ricordato il Papa, tanti giovani oggi camminano delusi, confusi, talvolta sfiduciati. Eppure, proprio in quel cammino, spesso segnato dalla notte interiore, si fa strada una Presenza che sorprende, accompagna e trasforma. «I loro occhi allora si sono aperti e l’annuncio gioioso della Pasqua ha trovato posto nel loro cuore», ha detto Leone XIV.

La fragilità umana come luogo di meraviglia

Il Papa non ha evitato di toccare con franchezza il tema della fragilità, prendendo spunto dalle letture del giorno: il Qoelet e il Salmo 90, che parlano della caducità della vita come dell’erba che fiorisce al mattino e avvizzisce la sera. Ma questa fragilità, ha insistito, «è parte della meraviglia che siamo». La vita umana non è fatta per essere blindata e prevedibile, bensì per essere continuamente rigenerata nel dono e nell’amore. «Abbiamo bisogno di alzare gli occhi, di guardare in alto», ha esortato, perché la sete che sentiamo è sete di Dio.

Sant’Agostino e la sete di infinito

Con parole profonde, così come ci ha abituati, ha citato Sant’Agostino: «Tu eri dentro di me e io fuori. Lì ti cercavo […]. Mi chiamasti, e il tuo grido sfondò la mia sordità; balenasti, e il tuo splendore dissipò la mia cecità». E ha aggiunto, rivolto ai ragazzi: «Non inganniamo il nostro cuore, cercando di spegnere questa sete con surrogati inefficaci! Facciamone uno sgabello su cui salire per affacciarci, come bambini, in punta di piedi, alla finestra dell’incontro con Dio».

La pienezza della vita non sta nell’accumulo

Ha poi ripreso una delle domande centrali di questi giorni (e del Vangelo): cosa rende piena la vita? Non il possesso, non l’accumulo, ha risposto. «La pienezza della nostra esistenza non dipende da ciò che accumuliamo […], ma da ciò che con gioia sappiamo accogliere e condividere». E ha ricordato che proprio nei giorni del Giubileo i giovani hanno potuto fare esperienza di questa logica nuova: incontrandosi tra culture, ascoltandosi, chiedendo perdono, cercando Dio. «La nostra speranza è Gesù», ha chiarito Leone XIV. E ha citato san Giovanni Paolo II, che proprio a Tor Vergata aveva detto: «È Lui che suscita in voi il desiderio di fare della vostra vita qualcosa di grande».

Mandati a portare la luce del Vangelo

L’invito conclusivo è stato un mandato missionario: tornare nei propri Paesi, ma con un cuore trasformato, con «la luce del Vangelo» che cresce dentro e attorno. E una raccomandazione precisa: «Aspirate a cose grandi, alla santità, ovunque siate. Non accontentatevi di meno».

Un popolo giovane, vivo e assetato di cielo

Alla fine della Messa, l’immagine dei giovani che si scambiano la pace, che ricevono l’Eucaristia, che cantano sotto il cielo di Roma, ha dato corpo a quelle parole. Un popolo giovane, vivo, assetato di infinito, pronto a camminare sulle orme del Risorto.

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