Avvenire di Calabria

L’Internet addiction causa nei ragazzi comportamenti in risposta all’incapacità di sperimentarsi in un mondo al di fuori del Web

Adolescenti dipendenti da internet, parla la psicoterapeuta reggina Casile

Sempre più adolescenti si stanno dimostrando dipendenti da internet. Ne abbiamo parlato con la pscioterapeuta reggina, Casile

di Federico Minniti

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L’Internet addiction causa nei ragazzi comportamenti in risposta all’incapacità di sperimentarsi in un mondo al di fuori del Web. Sempre più adolescenti si stanno dimostrando dipendenti da internet. Ne abbiamo parlato con la pscioterapeuta reggina, Giusy Casile.

Sono in aumento gli adolescenti dipendenti da Internet, l'intervista alla psicoterapeuta Casile

Tra le dipendenze più diffuse degli ultimi tempi, acuita senza dubbio dalla pandemia, c’è quella legata all’uso di Internet e dei Personal media. Abbiamo provato a fare un piccolo viaggio in questo mondo, spesso sconosciuto o sottovalutato dai genitori, con la psicoterapeuta reggina Giusy Casile.

Disturbi del sonno e Internet addiction. Come affrontare questa problematica correlata e presentissima tra i ragazzi?

Primo passo è sempre parlarne, con i due obiettivi di affrontarla, ove presente e prevenirla, prima che si strutturi. La conoscenza di un problema o il riconoscimento di alcuni suoi segnali, attivano nell’individuo la considerazione della sua esistenza, che precede, a sua volta, la consapevolezza che possa riguardarci da vicino. I disturbi del sonno, sono sintomo della dipendenza da internet, rappresentano quindi un pezzo, del più grande puzzle, dove il comportamento di dipendenza rappresenta l’espressione patologica che sottende altri disagi, relazionali, affettivi o sociali, che il ragazzo non riesce a fronteggiare diversamente, strutturando nell’Internet addiction una modalità di comportamento in risposta all’incapacità di esprimersi e sperimentarsi in un modo altro. L’aiuto di un esperto, psicoterapeuta, è poi un passo successivo. A interventi comportamentali, si legano quelli psicoeducativi. Dal punto di vista del ragazzo, insieme alla comprensione della propria difficoltà risulta utile una modifica di alcuni comportamenti legati all’uso di Internet ed una ristrutturazione del setting che prepara al tempo del sonno. L’intensità del problema cambia la capacità di autoregolazione, e richiede tanti più interventi diversi e livelli diversi, quanto più è strutturato. Dal punto di vista degli educatori/genitori, è osservare i ragazzi, non tralasciare o dare per scontati comportamenti eccessivi. È necessario aprire gli occhi, oltre che le orecchie ai bisogni dell’altro, e chiedere aiuto.


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A tal proposito, la “nomofobia” non è più una “novità”. Quanto e come incide l’educazione all’uso dello smartphone da piccolissimi per evitare questa deriva?

Avere lo smartphone a portata di mano, ormai fin dalla nascita direi, lo rende uno strumento familiare, parte della quotidianità, per cui come ogni apprendimento che si struttura, l’abitudine ad esso lo rende indispensabile. Inoltre il modello educativo adulto, che per primo ne abusa, propone al bambino quello che chiameremmo in psicologia “apprendimento per imitazione”, risposta semplice quindi: il miglior insegnamento è l’esempio.

Tra le problematiche legate ai Social network vi è la tendenza all’oversharing. Cosa cela il desiderio di apparire perfetti online?

Voglia di apparire, non accettazione di sé, disturbi più importanti. Le risposte potrebbero essere molte. La società ed i contesti relazionali in cui viviamo, difficilmente accettano diversità o imperfezione, gli stereotipi imposti e condivisi tendono «al bello ed al bravo». Differire dall’immagine che il mondo si aspetta, ci rende non accettabili e chi vorrebbe sentirsi escluso? Un’immagine positiva di sé permette che l’altro ci apprezzi, e risponde ai bisogni di riconoscimento ed affiliazione, propri dell’essere umano nel suo processo di autorealizzazione, privandoci però della felicità piena di sentirsi amati in modo autentico, per ciò che veramente si è. Le richieste dell’ambiente si intrecciano poi con l’educazione e le relazioni che strutturano la personalità di ciascuno. Qui sarebbe lungo il discorso. Una breve riflessione è doverosa: da adulti si tende a dire ai piccoli «fai il bravo, stai composto», qualcuno ha mai detto «sii te stesso, vai bene così come sei»?


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Perfezione da un lato, finzione dall’altro. Un tratto tipicizzante di alcuni ambienti online sono gli account “fake” o le navigazioni in anonimo. Come aiutare i più piccoli a non cadere in questa rete?

Presenza fisica, alla giusta distanza in base all’età, e nutrimento affettivo positivo come riconoscimento da parte dell’adulto del valore dei più piccoli come persona, educando ciascuno alla conoscenza ed al rispetto di sé. I social, ed il mondo online, non sono da demonizzare in assoluto, la differenza la fa sempre il modo in cui ci si approccia, quanto il bambino è accompagnato nell’esplorazione ma soprattutto quanto è sostenuto affettivamente nel mondo reale, tanto nell’offrire opportunità di conoscenza adeguate degli strumenti, quanto nella creazione di una buona percezione di sé ed autostima.

La pandemia ha accentuato l’accesso al Dark Web (anche per reperire sostanze stupefacenti) e sdoganato il Sexting a tutte l’età. Cosa si nasconde dietro la “dipendenza sessuale” virtuale?

Ogni dipendenza è un’alterazione del comportamento, una perdita del controllo con una modalità patologica di agire. Fattori di rischio alla base riconosciuti sono la presenza di un attaccamento insicuro (il legame primario) caratterizzato da scarso accudimento, affettività ridotta, educazione rigida; una storia di abusi, di tipo fisico, emotivo o sessuale, o la presenza di altri disturbi tra i quali l’ansia o l’Adhd dove non è controllo degli impulsi e manca una capacità di pianificazione delle conseguenze. I comportamenti in questo ambio sono rinforzati dalla sensazione di evasione della realtà e dalla facilità di accesso.

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