La terza Assemblea ha consegnato un testo condiviso e un metodo: dal momento di impasse alla corresponsabilità, con 781 consensi e un mandato chiaro ai territori; la Cei si prepara a definire priorità e passi operativi nella prossima sessione, perché lo stile condiviso diventi prassi di vita ecclesiale.
Metodo sinodale e voto al documento di sintesi
«È parso bene, infatti, allo Spirito Santo e a noi». Ripetere la formula del Concilio di Gerusalemme, duemila anni dopo, è l’approdo umile ma forte di un cammino quadriennale che ha restituito alle Chiese in Italia il senso di un “Noi” ecclesiale. Un cammino le cui conclusioni, ha assicurato il cardinale Matteo Zuppi, «non erano scritte prima di cominciare!». La terza Assemblea sinodale, svoltasi ieri a Roma, ha licenziato il Documento di sintesi, “Lievito di pace e di speranza”, con 781 “placet” su 809 votanti…ma il dato numerico, per quanto rilevante, non è la notizia: la vera novità è il metodo, il processo che ha portato a quel voto; un processo che ha rischiato di arenarsi e che invece, proprio nel momento di crisi, ha trovato la sua più autentica cifra sinodale.

La crisi di aprile e la sosta che ha fatto crescere
Non si può dimenticare l'”iniziale smarrimento” della seconda Assemblea, lo scorso aprile. Quell’assise, ha ricordato monsignor Erio Castellucci, Presidente del Comitato Nazionale del Cammino, «ha chiesto alle Chiese e alla Cei un momento di sosta e ulteriore riflessione, per non perdere la ricchezza del Cammino compiuto». Come ha sottolineato il cardinale Zuppi, «non è stato un passo indietro, quell’Assemblea, ma un passo in avanti: verso una maggiore corresponsabilità, nella libertà di potersi esprimere anche in dissenso». È stata la prova tangibile che il percorso, come chiesto da papa Francesco fin dall’inizio, era «non prefabbricato, non ingabbiato, non censurato». La logica del «si è sempre fatto così», ha notato ancora il Presidente della Cei, «non ha avuto la meglio». Quella sosta inattesa è diventata un’«opportunità per ripartire insieme con nuovo slancio».
Ascolto del Popolo di Dio e discernimento comune
In quel gesto si è condensata l’intera esperienza di quattro anni, iniziata con l’ascolto capillare di 50.000 gruppi, un “unicum”, secondo Castellucci, che ha cercato di raccogliere il «senso di fede del Popolo di Dio». Non si è trattato, ha insistito Zuppi, di «cercare una maggioranza, un accordo sopra soluzioni pastorali», ma di un discernimento dove «la profezia non è tanto dei singoli, è dell’intero popolo di Dio».
Cornice teologica: pensare senza paura
La meditazione di padre Sabino Chialà, priore di Bose, ha offerto la cornice teologica a questa esperienza: «Quanto bisogno abbiamo oggi di una Chiesa che non abbia paura di pensare!». Il Sinodo è stato la dimostrazione che «i passi, quando sono veri, trasformano. Non si può camminare restando gli stessi». Si sono incontrati “volti nuovi” e “sfide inattese”, che impongono “scelte”.
Dai territori ai prossimi passi della Cei
Adesso, congedato il testo, la palla passa ai territori. Il cardinale Zuppi è stato chiaro: «è ora compito dei Pastori assumere tutto, individuare priorità, coinvolgere forze vecchie e nuove per dare corpo alle parole». La prossima Assemblea Generale della Cei a novembre «avrà proprio la discussione su questo documento come tema portante».
Lo stile sinodale come eredità
Se il Cammino sinodale come evento si è concluso ieri, da adesso in poi «ci accompagnerà lo stile sinodale». Questa è la vera eredità. Uno stile che, come ha ricordato monsignor Castellucci, «non parla solo alla Chiesa, ma è profezia per la vita sociale e civile»…non si cercano «tanti applausi», ha concluso, ma «la carezza del Vangelo». Il lavoro inizia ora.













