Che ore sono in Europa?

Bruxelles e la lotta sugli sbarchi, ma anche l’orologio divide l’Europa ”unita”

Anche l’orologio divide l’Europa “Unita”. Il presidente della Commissione Europea Jean–Claude Juncker ha annunciato che, in un sondaggio (con bassissima rilevanza) l’84% dei partecipanti ha dichiarato di non volere più un doppio orario. Per questo è necessario, secondo l’autorità di Bruxelles, che il Parlamento Europeo decida se mantenere per sempre l’ora solare o l’ora legale. Innumerevoli opinionisti di tutto il Continente hanno vergato le più attente analisi sulle conseguenze di questa scelta: «È giusto abolire un provvedimento pensato secondo una logica industriale ed economicistica col solo fine di ridurre le spese», «l’ora legale “fissa” garantirebbe una spinta ai consumi e un ostacolo al microcrimine», «il cambio dell’ora causa un aumento del 10% di infarti e comporta un incremento dei costi sanitari».

Una cosa è certa. Assistere a questo dibattito nuoce gravemente alla salute civica di chi, quotidianamente, ha sotto gli occhi le innumerevoli inefficienze del sistema europeo. C’è da chiedersi: ma a Bruxelles sanno che ore sono in Europa? Forse le lancette si sarebbero dovute fermare su Vienna, dove qualche giorno fa, si è svolto il vertice dei ministri della difesa del vecchio Continente. Si è registrato l’ennesimo stallo fra i Ventotto. Freddezza sulla proposta italiana di far «ruotare» i porti d’approdo dei migranti. Il ministro della difesa Trenta è «delusa», ma «fiduciosa» in una mediazione del titolare degli Esteri Moavero. Ma Salvini alza i toni («Valuteremo se continuare la missione antitratta Sophia») e sferza ancora Macron. Ironizza sulle nuove ipotesi di reato per le quali è indagato dalla procura di Agrigento e, ricordando gli oltre 40mila respingimenti, dà dell’«ipocrita » al presidente francese. Macron ribatte: «I nazionalisti vorrebbero dare la colpa di tutto all’Europa. Anche se crolla un ponte». Ognuno segue le sue lancette, insomma. Ogni testa è un orologio. Quanto accaduto a Vienna è soltanto l’ennesima versione della questione immigrazione, l’altra faccia dello spettacolo indecente che ha avuto per “vittime protagoniste” i migranti della Diciotti. La dialettica nostrana e quella europea si giocano sulla pelle dei migranti. Che tristezza constatare come la politica abbia scelto la strada della strumentalizzazione degli sbarchi per acchiappare consensi.

Lo stallo della Diciotti si è risolto grazie alle braccia aperte della Chiesa, che però ha puntualizzato attraverso le parole di don Ivan Maffeis, responsabile dell’Ufficio per le Comunicazioni sociali della Cei: «Questa è una risposta di supplenza. Non è “la risposta”. La risposta di un Paese democratico matura attraverso ben altri processi. Ma anche risposte di solidarietà e di umanità come questa possono aiutare a sviluppare una cultura dell’accoglienza». Intanto anche l’Ong Open Arms ha abbandonato le acque libiche dopo il vertice di Vienna. Adesso è tutto in mano all’Europa: Open Arms, infatti, era l’ultima organizzazione non governativa a presidiare quella soglia di confine tra l’essere e il non essere…umani, ovviamente. Già, perché la premura e il bisogno di accogliere il forestiero ci ricordano che è sempre l’ora di essere umani. Ma in questo l’Europa è in grave ritardo. A prescindere dall’ora legale o solare.

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