Avvenire di Calabria

Il dono dell'accoglienza rivive nella testimonianza di del sacerdote reggino che si distinse per la sua imponente statura culturale e per spiccata sensibilità alle relazioni multiculturali

Don Domenico Farias vent’anni dopo, la sua casa è ancora aperta

In questi giorni celebrato il ventennale della sua nascita al cielo in un unione con l'arcivescovo Morrone

di Redazione Web

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È sempre viva l’impronta che ha lasciato don Domenico Farias nella diocesi di Reggio Calabria – Bova, sia per la sua imponente statura culturale e intellettuale, sia per la spiccata sensibilità alle dinamiche socio-umanitarie e alle relazioni multiculturali. Lo conferma, tra altre cose, il fatto che abbia generosamente donato alla diocesi la propria abitazione, in via Palestino, destinandola alla pastorale dei migranti.

Per anni la casa di don Domenico Farias ha accolto le Suore Missionarie Scalabriniane, mentre assistevano i migranti del Centro Ascolto “Scalabrini” e aprivano le porte di “Casa Farias” ai moltissimi volontari e ai collaboratori, che lì trovavano un focolare domestico, di preghiera e di sostegno, nella spiritualità di Don Farias e nel carisma delle missionarie del Beato Giovanni Battista Scalabrini.


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Poi, a partire da luglio 2019, l’arcivescovo Morosini ha affidato lo stabile alla parrocchia Santi Filippo e Giacomo in Sant’Agostino. Il parroco la gestisce insieme alle cooperative sociali “Demetra” e “Res Omnia”, che la utilizzano per la realizzazione del progetto Libero di essere me stesso. Con il Beato G.B. Scalabrini per la promozione umana integrale.

È così che, fino ad oggi, “Casa Farias” ha potuto ospitare 13 ragazzi, di età compresa tra 20 e 37 anni, provenienti da Egitto, Senegal, Guinea, Moldavia, Gambia, Nigeria e Camerun. A parte qualche emergenza, che ha richiesto l’accoglienza immediata di migranti vulnerabili, in genere i giovani sono entrati in “Casa Farias” dopo aver accettato di impegnarsi a investire su se stessi, con disponibilità a rispettare le regole di convivenza e di gestione in autonomia della casa. Hanno sottoscritto un “Patto di accoglienza”. Poi sono passati attraverso un periodo di prova di 15 giorni. Terminate le due settimane, se gli esiti sono stati positivi, i migranti hanno potuto restare in “Casa Farias” per un tempo medio di 6 mesi, durante i quali sono stati aiutati a gestire le necessità primarie come la regolarizzazione, l’espletamento di pratiche varie e l’orientamento. In tal modo sono stati accompagnati in un percorso ad autonomia crescente fino ad entrare nel mercato del lavoro.

L’arcivescovo Fortunato Morrone, tramite monsignor Pasqualino Catanese, vicario generale, ha preso in considerazione le attività di “Casa Farias”, in occasione del ventesimo anniversario della dipartita di don Domenico Farias. Gli sono state riferite opportune informazioni da alcuni immigrati e dagli operatori che gestiscono lo stabile: padre Gabriele Bentoglio, parroco di Sant'Agostino, e i responsabili delle cooperative “Res Omnia” e “Demetra”. Nel contesto di una semplice e suggestiva cerimonia, è stata inaugurata una targa commemorativa, che recita: «Con perpetua gratitudine al Sacerdote Domenico Farias, nel XX anniversario della morte, e con devozione al Beato Giovanni Battista Scalabrini, nel XXV anniversario della beatificazione, monsignor Fortunato Morrone, Arcivescovo di Reggio Calabria-Bova, pose questo memoriale».

"Casa Farias", le testimonianze degli ospiti

Tra tanti volti, storie e sogni di ragazzi immigrati, che sono passati in “Casa Farias”, è stata ricordata la vicenda di Adrien (nome fittizio), nato in Senegal nel 1998 e giunto in Italia nel 2017. Nel suo Paese aveva frequentato un corso di sartoria e desiderava completare la formazione in quel settore. Insieme a questo, nutriva l’ambizione di acquisire la patente di guida, con il sogno di diventare un autotrasportatore.

Oltre che nella lingua materna, era fluente anche in italiano e francese. Ma non aveva risorse economiche. Tuttavia, per una serie di fortuite coincidenze, a Reggio Calabria, Adrien aveva subito trovato possibilità di impiego come badante, in casa di una persona anziana. Fin dall’inizio si era fatto apprezzare per lo spirito di dedizione, la sensibilità e la carica di umanità. Poi, però, le condizioni fisiche dell’anziano che assisteva si erano aggravate: al peggioramento della malattia di Alzheimer era subentrato anche il contagio del coronavirus, con tutta una serie di complicazioni. E Adrien si era trovato senza lavoro e senza alloggio.

I familiari dell’anziano, che nel frattempo era stato inserito in una struttura ospedaliera, avevano sentito parlare di possibilità di aiuto e di accoglienza nella parrocchia di Sant’Agostino. Per questo avevano contattato il parroco, Padre Gabriele, perorando la causa del giovane. Tenuto conto del desiderio di Adrien di impegnarsi sul serio e di scommettere su se stesso, Padre Gabriele e gli operatori delle cooperative l’avevano accolto in “Casa Farias”, il 17 agosto 2021.

Una storia di successo a migliaia di chilometri da casa

Passato qualche giorno, Adrien aveva già trovato impiego in un ristorante della città. Grazie alla sua determinazione, confermata dalla sua capacità di integrarsi e di intessere positive relazioni con i coinquilini di “Casa Farias”, in poco tempo Adrien aveva potuto incrementare il grado di autonomia personale, un’ampia dinamica di socialità e, soprattutto, un ottimo livello di professionalità nell’ambiente di lavoro.

In effetti, anche con il sostegno delle cooperative “Demetra” e “Res Omnia”, il giovane aveva poi ottenuto la patente di guida ed era stato orientato nelle opportunità offerte dal territorio della città metropolitana.


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Il 6 febbraio 2022, Adrien aveva trovato un appartamento in affitto, a Reggio Calabria, ed era pronto a lasciare “Casa Farias”, con un contratto stagionale con il ristorante che, di lì a poco, l’avrebbe trasformato in contratto a tempo indeterminato.

Ecco una storia di successo, alla quale potremmo aggiungerne tante altre, nel fenomeno pur vasto e complesso dell’immigrazione in Calabria!

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