Avvenire di Calabria

Nei giorni scorsi si è tenuto un momento di ricordo e condivisione in memoria di don Farias

Don Farias, quando la cultura è sinonimo di impegno

Relatore principale don Giuseppe Ruggeri, docente emerito di Teologia fondamentale a Catania

di Maria Cutrupi Riso

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Nei giorni scorsi si è tenuto un momento di ricordo e condivisione in memoria di don Domenico Farias. Relatore principale don Giuseppe Ruggeri, docente emerito di Teologia fondamentale a Catania, ma con esperienze di ricerca a Bologna e di insegnamento all’Università Gregoriana e all’Urbaniana di Roma.

L'iniziativa in ricordo di don Farias

Tra i “giganti” sulle spalle dei quali può e deve crescere la nostra Arcidiocesi, un posto di rilievo va assegnato a mons. Domenico Farias, figura straordinaria di sacerdote, studioso, accademico, educatore.

Nel ventesimo anniversario della morte, in sua memoria è stato organizzato un importante e partecipato convegno svoltosi il 22 giugno, alle 17,45, nell’Aula Magna del Seminario Arcivescovile Pio XI di Reggio Calabria, su impulso di vari organismi ecclesiali, nei quali a vario titolo egli ha lasciato traccia indelebile della sua opera: il Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale (MEIC), l’Istituto Superiore di Scienze religiose, la Biblioteca diocesana, ora a lui intitolata, il Museo Diocesano, l’Archivio Storico diocesano, la Fuci, il Centro diocesano Migrantes, il Seminario Arcivescovile e l’Istituto Superiore di formazione socio-politica.


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Dopo la lettura di un brano dagli Atti degli Apostoli e di alcuni testi dello stesso don Farias, incentrati sulle caratteristiche necessarie ad una comunità cristiana, in cui deve affermarsi un’autentica amicizia e collaborazione tra laici, religiosi e clero, aperta alla società, l’Arcivescovo mons. Fortunato Morrone ha sviluppato il suo intervento di apertura, sottolineando la necessità di mantenere una memoria grata per un uomo come don Farias, che si è distinto per la sua ampia formazione e per la testimonianza di una fede profonda sempre unita ad un pensiero “aperto” agli stimoli culturali e sociali, ed ha rivolto un grazie a tutti i presenti ed al relatore don Ruggeri, anch’egli impegnato a lavorare nella Chiesa con l’insegnamento teologico e con pubblicazioni da cui emerge un atteggiamento di vera apertura intellettuale.

E’ intervenuta quindi la prof. Maria Tripodi, presidente del MEIC diocesano, la quale, dopo aver ringraziato i presenti, ha sottolineato che don Farias, nella sua poliedrica personalità, era convinto che la cultura in generale potesse svolgere un contributo determinante per la promozione religiosa morale e sociale non solo del proprio territorio, ma che allargandosi esercitasse un potere liberatorio anche nel contesto regionale, nazionale e internazionale. Egli incoraggiava tutti ad allargare i propri orizzonti e a guardare al mondo pur restando a Reggio Calabria. Invitava a stare con i piedi nel Gruppo, fino alle ginocchia nella Diocesi, fino alla vita nella Chiesa universale, ma con il cuore e la mente in Dio.

Così la piccola Comunità, dedita alla lettura biblica, alla conoscenza dei Padri e alla preghiera, si doveva aprire alla Diocesi e offrire i suoi servizi in modo qualificato e disinteressato, attuando le indicazioni del Concilio, per poi aprire gli occhi al mondo che cambiava, dalle piccole comunità periferiche di Trizzino e Terreti ai popoli del Vicino Oriente, alla Palestina e alla terra Santa, in spirito di obbedienza ai Vescovi.  Molto importante la sua richiesta nell’ultimo sinodo della nostra Diocesi di inserire in tutti i documenti la cosiddetta “Premessa paolina” con l’idea di ricordare le radici della nostra chiesa.  In biblioteca è possibile visitare in Biblioteca una mostra con la bibliografia di don Farias. Il fondo dei suoi scritti, come il fondo Mariotti, sarà presto consultabile.

Successivamente la prof. Caterina Borrello ha presentato la figura del relatore don Giuseppe Ruggeri, docente emerito di Teologia fondamentale a Catania, ma con esperienze di ricerca a Bologna e di insegnamento all’Università Gregoriana e all’Urbaniana di Roma, oltre che in Germania, autore di numerose pubblicazioni teologiche, nelle quali ha trattato in particolare il tema della Chiesa sinodale. Ha fondato con altri e poi diretto la rivista Communio, ha collaborato alla direzione di Concilium e dirige attualmente la rivista Cristianesimo nella storia. Si è dedicato anche alla prassi pastorale con l’impegno in un quartiere popolare di Catania. Ha preparato il Sinodo del 1995 di Noto.

Per lui la dimensione sinodale è fusione del passato e del presente ed il teologo è chiamato ad incontrare tutti, credenti e no. Ha preso la parola quindi il Relatore, che ha inizialmente ricordato con stima e commozione la figura di don Domenico Farias, al quale lo legava una profonda sintonia e amicizia iniziata dal periodo in cui erano stati compagni di studi, pur con differenza di età, e continuata poi nel tempo.  

Ha citato poi un discorso alla Diocesi di Roma fatto da papa Francesco, per il quale la presenza di tanti esperti di varie tematiche fa correre il rischio di una dittatura del funzionalismo, e potrebbe trasformare l’annuncio di Cristo in un’organizzazione, tutto ciò per sottolineare che per una Diocesi anche il Sinodo non deve essere una sintesi di documenti, ma un’esperienza di cambiamento.

Soprattutto bisogna passare dalla teologia di san Pio X a quella del Concilio Ecumenico Vaticano II, che ancora non è stato pienamente attuato. Per Pio X la Chiesa era formata da “diseguali”: da un lato i pastori che comandano, dall’altro i fedeli che devono obbedire. Invece nella Lumen gentium è sancita l’uguale dignità tra pastori e laici, perché a ciascun battezzato è stato dato il dono divino e anche chi non ha studiato ha uguale dignità.

La Sinodalità della Chiesa è la sua caratteristica di poter convocare i Sinodi, che sono eventi durante i quali ci si confronta su temi controversi, per trovare un accordo che non è frutto di sforzi umani, ma è creato dallo Spirito Santo che permette di superare le discordie.

Per don Ruggeri il Sinodo rende presente la Chiesa, perché è la Chiesa a rendersi presente. “Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”.  Le scelte fatte rispecchiano il livello di maggiore o minore maturità della Chiesa in quel momento.

Di fronte all’attuazione ancora non completa delle indicazioni del Concilio Ecumenico Vaticano Secondo, bisogna accettare con pazienza un percorso di assimilazione. Nella storia della Chiesa le vicende di tanti Concili del passato hanno rivelato problematiche gravi, divisioni, contrasti, che poi si sono superati in tutto o in parte affidandosi allo Spirito Santo e mantenendo l’unità voluta da Cristo, cui ciascuno è tenuto ad obbedire.   

Non è neanche corretto pensare ad una gerarchia tra i Concili.  Essi sono una continuazione dell’Eucaristia, non un’assemblea democratica.  Ma ogni Concilio ha una sua struttura.  La novità maggiore del Vaticano Secondo è stata la maggiore attenzione alle vicende storiche e alle problematiche sociali delle persone, con un’analisi non limitata ai problemi della Chiesa.  


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Le encicliche di Papa Francesco, aperte alle grandi questioni mondiali, continuano questo percorso. Un Sinodo è perfetto se vi è l’accordo dei presenti e il rispetto per la tradizione della Chiesa, nella disponibilità all’azione dello Spirito.

Conclusa la relazione, si è dato spazio agli interventi. In risposta a Giorgio Bellieni, che ha chiesto un parere sui rapporti con le Chiese evangeliche, don Ruggeri ha sottolineato la sinodalità esistente fra le Chiese nel primo millennio e le difficoltà subentrate sempre più dopo il Mille. Ciò però deve spingerci ad intensificare quanto più possibile il dialogo con le altre Chiese cristiane.

Altri interventi hanno sottolineato il contributo culturale e spirituale offerto da don Farias alla Chiesa, con il suo invito a ad agire localmente, ma a pensare globalmente, e, da parte di don Denisi, il suo esempio straordinario di fede profonda anche nel momento della morte e l’attenzione rivolta alla comunità dei Filippini e ad altre realtà significative. Don Pietro Sergi ne ha sottolineato lo stile sobrio e rispettoso per tutti, perché lui aveva la pazienza di aspettare la maturazione delle persone, accettandole per come erano. Bisogna pensare a lui con gratitudine e la sua memoria deve essere un motivo per impegnarsi nel sociale e nella Chiesa locale.

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