In un’epoca segnata da rapidi cambiamenti tecnologici e da una crescente frammentazione sociale, la sfida educativa emerge come la priorità fondamentale per costruire un futuro a misura d’uomo. Il recente Giubileo del Mondo educativo ha offerto lo scenario ideale per una riflessione profonda che lega il magistero universale di Papa Leone XIV alle radici storiche e spirituali della nostra diocesi, attraverso il pensiero mai tramontato di Monsignor Enrico Montalbetti. Educare, in questo senso, non è mai un’operazione asettica o meramente tecnica, ma un atto di amore e speranza che richiede la capacità di rialzare l’altro e di accompagnarlo verso la scoperta della propria dignità. Attraverso il dialogo tra la nuova lettera apostolica “Disegnare nuove mappe di speranza” e gli scritti dell’arcivescovo Montalbetti, si delinea un modello pedagogico in cui la formazione intellettuale e la crescita spirituale convergono, orientando ogni singola persona verso il bene comune e la verità eterna.
L’educazione come atto d’amore e speranza
Durante il Giubileo del Mondo educativo, sottolineando che educare significa rialzare l’altro, come ha fatto Gesù, Papa Leone XIV ha esortato gli educatori a essere delle stelle che orientano il futuro, ad andare incontro ai più fragili, facendo crescere la persona nella sua interezza e orientandola verso la verità e il bene, attraverso un cammino di fede, speranza e amore, per costruire un umanesimo integrale. L’educazione (insegnamento) non può separarsi dall’amore. Gli educatori devono testimoniare la fede, con un cuore che ascolta e uno sguardo che incoraggia, non solo con la tecnica, in quanto la testimonianza conta più della lezione, la relazione viene prima dell’opinione e la persona prima del programma.
Una bussola per la formazione dei giovani
Nella lettera apostolica Disegnare nuove mappe di speranza, riprendendo il documento conciliare Gravissimum educationis a 60 anni dalla sua pubblicazione e a cinque dal Patto Educativo globale, e in linea con l’approccio di speranza e integrazione promosso da quest’ultimo documento, il papa sottolinea che l’educazione è un diritto fondamentale che ha con la famiglia come prima maestra di umanità, e chiama la Chiesa a creare ambienti che uniscano fede e cultura in un ascolto continuo dei giovani per rispondere alle esigenze del mondo attuale e formare persone complete e professionisti responsabili, capaci di portare la fede e l’etica nel mondo attraverso le loro azioni di ogni giorno. La lettera apostolica Disegnare nuove mappe di speranza è destinata a diventare, secondo me, la bussola per ogni educatore.
È molto bello il riferimento a San John Henry Newman che considerava l’università un luogo di ricerca non solo di abilità pratiche, ma anche e soprattutto di verità. Occorre educare non solo a diventare funzionali in un mercato, ma a scoprire il senso della vita, della dignità umana e della responsabilità. Solo mettendo al centro la persona si può educare allo sguardo lungo di Abramo (Gen 15, 5), perché l’educazione non è solo trasmissione di contenuti, ma apprendistato di virtù. Si formano cittadini capaci di servire e credenti capaci di testimoniare; uomini e donne più liberi, non più soli. Ciò significa che l’educazione autentica deve andare oltre l’immediato e il superficiale, per abbracciare una prospettiva di speranza, promessa e fede nel futuro, come Abramo che, credendo, lasciò la sua terra per una promessa futura, guardando oltre il visibile, verso il cielo e le stelle.
Ricostruire la fiducia nel futuro
Il Papa continua: educare è un atto di speranza e una passione che si rinnova perché manifesta la promessa che vediamo nel futuro dell’umanità. Educare è un compito d’amore che si tramanda di generazione in generazione, ricucendo il tessuto lacerato delle relazioni e restituendo alle parole il peso della promessa. Egli chiede agli educatori cattolici di disarmare le parole e di “ricostruire fiducia” in un mondo segnato da conflitti e paure, ribadisce che nessun algoritmo potrà sostituire ciò che rende umana l’educazione. Invita gli educatori ad essere servitori del mondo educativo, coreografi della speranza, ricercatori infaticabili della sapienza, artefici credibili di espressioni di bellezza. L’educazione cattolica può essere faro non rifugio nostalgico, laboratorio di discernimento, innovazione pedagogica e testimonianza profetica. Quindi si educa a uno sguardo unitario che non si ferma ai dettagli, ma cerca il senso ultimo, coltivando la relazione, la fiducia, la verità e la capacità di vedere oltre le difficoltà presenti, in un percorso di crescita interiore che unisce dimensione umana e quella spirituale.

L’eredità pedagogica di Monsignor Montalbetti
Questo discorso si collega irrimediabilmente al pensiero dell’arcivescovo Mons. E. Montalbetti come risulta dai suoi numerosi scritti e lettere sull’educazione. Nell’anniversario della sua morte propongo il suo pensiero sull’unicità e l’irripetibilità della persona come principio fondamentale. In un colloquio con le suore, escludendo l’educazione in serie, egli afferma: Bisogna formare la personalità delle ragazze; non devono essere fatte a serie con la stessa impronta. Ciascuna a sé». Concretamente, l’educazione deve essere attiva e non passiva, perché il bambino deve cooperare col maestro per formare sé stesso. Educare il bambino passivamente […] significherebbe far di lui un fantoccio. Non lo si può plasmare passivamente come la cera, ma lo si deve coltivare come una pianta, cioè come la pianta il bambino deve reagire… Noi non dobbiamo eccedere, sostituendoci al bambino pretendendo da lui un’adesione automatica a quanto gli vorremmo imporre, ma neppure dobbiamo lasciarlo fare da solo
Una scala che si appoggia al cielo
Secondo E. Montalbetti, l’educazione cristiana non può essere astratta e astorica, non si accontenta di formule generiche, quali formare Cristo nei giovani o ricostruire l’immagine di Dio nell’uomo, ma si incarna nelle attese e nelle esigenze della quotidianità dell’individuo. Il riferimento a Dio è essenziale, in quanto il fine naturale dell’uomo, in forma assoluta, è Dio creatore, conosciuto e goduto attraverso il creato, in forma derivata e relativa, la propria perfezione globale: il fine soprannaturale è veder Dio faccia a faccia. Il soprannaturale dev’essere messo come base all’educazione, perché noi dobbiamo formare dei perfetti cristiani. L’educazione è autentica quando punta sull’uomo in tutte le sue dimensioni.
L’educatore non deve mai perdere di vista la prospettiva secondo cui tutto converge alla realizzazione della persona nella sua interezza, affinché l’educando possa fare quel salto qualitativo che gli consente di vivere il feriale con lo sguardo del trascendente. Egli deve vedere nell’educando la preziosità di un’anima da portare a Dio: nell’educare formiamo dei figli di Dio. È la nostra maggiore dignità: quindi lo scopo dell’educazione è una scala che si appoggia al cielo. Quindi l’educando viene stimolato a ripercorrere l’itinerario già percorso dal maestro attraverso l’originale personalizzazione della verità e dei valori. Questa attività del soggetto non è di natura creativa ma è orientata ad una scala di valori che porta al Fine Ultimo. Queste espressioni hanno valore di credo pedagogico di E. Montalbetti: nel fanciullo è già presente la capacità, la potenza di raggiungere il fine attraverso il processo educativo segnato, nell’iter di crescita del fanciullo, dalle varie figure educative: famiglia, scuola, comunità ecclesiale, convitti ecc…
Perciò E. Montalbetti propone di riallacciare la scuola al tempio, dicendo: La religione non si esaurisce nella conoscenza teorica della dottrina, o nella frequenza esteriore alle pratiche della Chiesa, ma si estende alla visione soprannaturale con cui uno guarda a tutte le cose, abbraccia la condotta pratica che egli tiene con le autorità, con i dipendenti, con i creditori, con i poverelli, dirige i rapporti familiari e sociali, detta leggi impreteribili, anche quando non sono sanzionate da codice umano, all’industriale, al commerciante, allo scolaro, al professionista, al banchiere, al contadino: investe insomma tutta la vita, orientandola verso Dio».













