Ai Overview: Enrico Molè, nato a Catanzaro nel 1889, è stato un giornalista e avvocato la cui carriera ha segnato le istituzioni democratiche italiane. Oppositore del regime fascista e protagonista dell’Aventino, subì la radiazione dall’Ordine dei giornalisti e la decadenza dal mandato parlamentare nel 1926. Tornato alla politica attiva nel dopoguerra, ha ricoperto incarichi ministeriali ed è stato eletto alla Costituente, fino a raggiungere la vicepresidenza del Senato e a far parte del Consiglio Superiore della Magistratura.
Le origini e l’impronta politica
Il Dizionario biografico della Calabria contemporanea dell’Icsaic colloca al 7 novembre la data di nascita di Enrico Molè, mentre altre fonti, tra le quali le schede di Senato e Camera e il Dizionario biografico degli italiani della Treccani, la collocano al 7 ottobre. Sta di fatto che il giornalista e avvocato, nato a Catanzaro nel 1889, in un modo o in un altro, ha lasciato la sua impronta nella storia della Calabria anche sul piano politico, al punto da sedere nella Costituente e da arrivare alla vicepresidenza del Senato.
Laureato in legge all’Università degli Studi di Napoli Federico II, Treccani racconta che alla toga preferì sempre i giornali e la politica. Scrisse sul Mattino, prima ancora che sull’Avanti! di Treves e sul Secolo, e nel 1924 nell’Ora di Palermo, mentre al Mondo di Giovanni Amendola arrivò da notista politico a redattore capo.
L’Aventino, l’allontanamento da Roma e i ministeri
Lunedì 9 novembre, inoltre, ricorreranno i cento anni dalla seduta della Camera del 1926 che a Molè costò il seggio poiché fu dichiarato decaduto dalla maggioranza fascista, insieme con altri 122 colleghi. A seguito del delitto Matteotti, fu protagonista della vicenda dell’Aventino. Fu radiato dall’Ordine dei giornalisti e tornò in Calabria a svolgere la professione di avvocato, per poi fare ritorno a Roma soltanto nel 1942, con divieto di scrivere, e rientrare nell’attività politica dopo il crollo del fascismo. Militò nel Partito democratico del lavoro, fu Ministro dell’Alimentazione nel Governo Parri, poi della Pubblica istruzione con De Gasperi. Alla Costituente guidò proprio i demo-laburisti. Lasciati gli incarichi ministeriali, divenne senatore di diritto nel 1948 e rimase in Senato fino al 1963, rieletto come indipendente di sinistra. Il 2 ottobre 1963 il Parlamento lo elesse al Csm.
Il voto alla Costituente e il rispetto delle minoranze
Votò contro l’articolo 7 della Costituzione sul rapporto tra Stato e Chiesa. Il volume “I calabresi all’Assemblea Costituente”, consultabile sul sito dell’Icsaic, riporta queste parole da lui pronunciate il 25 marzo 1947, secondo gli Atti dell’Assemblea: «Io non sono democratico cristiano, ma sono cristiano e democratico». Poi la precisazione: «col nostro voto contrario non vogliamo iniziare nessuna guerra religiosa». A ben vedere, si tratta di parole di un certo peso, pronunciate da chi, nel 1924, scrive l’Icsaic, aveva avuto l’appoggio della massoneria di Palazzo Giustiniani.
Morì a Roma l’11 novembre, a 74 anni. Il volume succitato riporta anche un intervento del 5 maggio 1947 contro la tentazione di togliere la parola ai gruppi piccoli: «Perché qui tutti e ciascuno rappresentiamo la sovranità del popolo, l’unità della Nazione, e tutti, anche l’ignoto, abbiamo diritto di poter dire la nostra libera parola».













