La figura di Giuseppe Moscati continua a rappresentare un punto di riferimento per il mondo della medicina, non solo per la sua straordinaria competenza clinica, ma per una modalità di accostarsi al paziente che oggi definiremmo “umanizzazione delle cure”. A quasi un secolo dalla sua scomparsa, il suo stile operativo, fatto di gratuità e profonda competenza scientifica, offre spunti di riflessione urgenti per un sistema sanitario che attraversa una fase di profonda trasformazione e fatica. Ripercorrere la sua giornata tipo e il suo approccio alla professione significa confrontarsi con un modello in cui il progresso della ricerca e la carità cristiana si fondono in un’unica missione al servizio della persona.
La fine di un’esistenza dedicata al prossimo
Nello studio di via Cisterna dell’Olio, a Napoli, un cappello lasciato aperto con un cartello: «Chi ha metta, chi non ha prenda» così Giuseppe Moscati aveva pensato di risolvere, senza imbarazzare nessuno, la questione del compenso: chi poteva pagare lasciava qualcosa, chi non poteva prendeva, lui, intanto, visitava tutti allo stesso modo. Morì il 12 aprile 1927, a quarantasei anni, sulla poltrona del suo studio, stroncato da un infarto dopo una giornata come tante altre; aveva partecipato alla Messa del mattino, poi si era dedicato ai pazienti all’ospedale degli Incurabili e nel suo ambulatorio privato. Per i vicoli di Napoli la notizia si diffuse con cinque parole: è morto il medico santo.
L’eredità di Moscati di fronte alla crisi della sanità
Sono passati novantanove anni, quel cappello, però, continua a fare domande: il sistema sanitario italiano vive una crisi che non riguarda soltanto le risorse; liste d’attesa che si allungano, pronto soccorso sotto pressione, medici di base che mancano nelle aree interne, personale logorato. Il prezzo da pagare è che il rapporto tra chi cura e chi soffre si riduca a un distributore: il paziente diventa un codice, il medico un erogatore di prestazioni.
Una sintesi eccellente tra fede e rigore scientifico
Moscati faceva esattamente il contrario. Non aspettava che i malati venissero da lui, andava a cercarli nei bassi dei quartieri più poveri e se si accorgeva che una famiglia era in difficoltà, nascondeva banconote sotto i cuscini dell’ammalato. Fu tra i primi in Italia a impiegare l’insulina nella cura del diabete, pubblicò decine di studi su riviste internazionali, insegnò chimica fisiologica all’università di Napoli. Scienza e fede, nella sua pratica quotidiana, convivevano senza conflitto. Annotava per sé, il 17 ottobre 1922: «Ama la verità; mostrati qual sei, e senza infingimenti e senza paure e senza riguardi».
Curare la persona nella sua interezza
A un giovane collega raccomandava: «Ricordatevi che non solo del corpo vi dovete occupare, ma delle anime con il consiglio, e scendendo allo spirito, anziché con le fredde prescrizioni da inviare al farmacista». Questa era la sua convinzione, maturata al letto dei malati: curare un corpo senza vedere la persona che lo abita è un lavoro fatto a metà. Giovanni Paolo II, durante la celebrazione di canonizzazione del 25 ottobre 1987, disse che «Il Moscati costituisce un esempio non soltanto da ammirare, ma da imitare». E precisò: «Egli si pone come esempio anche per chi non condivide la sua fede». Oggi si fa un gran parlare della “umanizzazione delle cure”, se ne discute nei convegni, si scrivono linee guida, si compilano questionari di gradimento….ma tutto è iniziato con Moscati, lui non aveva bisogno di protocolli, gli bastò un cappello aperto.













