A sessantacinque anni dalla firma della Mater et magistra di Giovanni XXIII, l’enciclica sociale continua a offrire una prospettiva per leggere le trasformazioni del mercato del lavoro contemporaneo. Le criticità legate all’economia delle piattaforme digitali e agli sviluppi dell’intelligenza artificiale presentano elementi in comune con le questioni sollevate dal documento del 1961, in particolare riguardo alle tutele dei lavoratori e al rischio di subordinare le attività umane a esclusive logiche di mercato. Come sottolineato da Papa Leone XIV fin dall’inizio del suo pontificato e nel recente messaggio per la Giornata delle comunicazioni sociali 2026, l’eredità della dottrina sociale rimane uno strumento per affrontare le questioni poste dall’innovazione tecnologica. L’analisi tocca inoltre il tema delle disuguaglianze globali, supportata dai recenti dati di enti internazionali su fame e risorse, e si sofferma sull’attuale ruolo dei corpi intermedi nella rappresentanza e nella tutela dei diritti.
L’attualità della Mater et magistra e il lavoro digitale
Il 15 maggio 1961 Giovanni XXIII firmava la Mater et magistra, un’enciclica sociale che, tra i vari temi, affrontò anche quello del lavoro, che «deve essere valutato e trattato non già alla stregua di una merce, ma come espressione della persona umana». Chi lavora oggi per una piattaforma digitale — consegnando cibo, guidando un’auto a chiamata, profilando i gusti degli utenti, etichettando dati per addestrare un algoritmo — sperimenta una condizione molto simile a quella descritta dal documento del Papa buono: retribuzioni affidate al gioco meccanico del mercato, assenza di tutele, dignità compressa dalla logica dell’efficienza.
Il magistero di Leone XIV di fronte all’intelligenza artificiale
Anche Papa Leone XIV lo ha colto fin dal primo giorno; parlando ai cardinali dopo l’elezione, l’8 maggio 2025, ha spiegato la scelta del nome richiamando Leone XIII e la Rerum novarum: «Oggi la Chiesa offre a tutti il suo patrimonio di dottrina sociale per rispondere a un’altra rivoluzione industriale e agli sviluppi dell’intelligenza artificiale, che comportano nuove sfide per la difesa della dignità umana, della giustizia e del lavoro». Nel messaggio per la Giornata delle comunicazioni sociali 2026 che ricorre domenica prossima, ha avvertito che l’affidamento acritico all’intelligenza artificiale rischia di «erodere le nostre capacità cognitive, emotive e comunicative».
Il metodo dell’enciclica e le disuguaglianze globali
La Mater et magistra anticipava queste preoccupazioni con un metodo allora inedito: accoglieva le scienze umane, proponeva il trinomio «vedere, giudicare, agire». Così, per esempio, dedicava un’intera sezione all’agricoltura come settore depresso, denunciando lo squilibrio tra Paesi ricchi e Paesi poveri. Cosa è cambiato? Secondo la FAO, nel 2025 oltre 670 milioni di persone soffrono la fame; il World Food Programme rischia un taglio del 40% delle risorse nel 2026. Il Global Risks Report dello stesso anno indica la disuguaglianza come il fattore di rischio più interconnesso al mondo…la giustizia sociale invocata da Giovanni XXIII è ancora un cantiere aperto.
La crisi dei corpi intermedi e il principio di sussidiarietà
C’è poi un vuoto che l’enciclica aveva tentato di attenzionare: quello dei corpi intermedi. Il principio di sussidiarietà, ripreso dalla Quadragesimo anno e rilanciato nella Mater et magistra, chiedeva spazio per associazioni, cooperative, comunità organizzate tra l’individuo e lo Stato, ma la crisi di fiducia che investe partiti e sindacati conferma che quel tessuto si è assottigliato, proprio mentre la concentrazione in poche mani del potere tecnologico lo rende indispensabile.
La persona al centro delle istituzioni
Sessantacinque anni sono tanti, ma la distanza tra il mondo di Giovanni XXIII e quello di Leone XIV si accorcia ogni volta che un lavoratore scopre di essere valutato da un algoritmo e quando un contadino vende sotto costo ciò che ha coltivato. La Mater et magistra poneva «i singoli esseri umani» quali «fondamento, fine e soggetti di tutte le istituzioni». Abbiamo ancora bisogno di ricordare queste parole.













