Nel racconto, s’intrecciano storie e volti, narratrici e narratori, romanzi e poesia, e cinema
I libri interessanti bisogna scovarli, spesso sono fuori dai riflettori di giornali e televisioni, o dalle classifiche, e a volte sono anche lontani dalle grandi casi editrici: grandi per i numeri, e non sempre per qualità. “Le ossa di Antonia” (Marietti 1820, pagine 192, euro 17, 50) di Marco Campedelli (narratore e teologo), con prefazione di Vito Mancuso, è uno di questi libri belli e rari: intensi, pieni di pensieri e visioni. Racconta di “letteratura minima”, – quella dei piccoli o dei “perdenti”, dice l’autore – che poi è quella che fa grande la letteratura; che la regge, anche quando in certe epoche scricchiola; quella che penetra in profondità nella nostra anima, scrive nella prefazione Vito Mancuso, scrittore e teologo.

Il titolo, “Le ossa di Antonia”, è una metafora amara sul potere e la vanità degli uomini, e sulle piccole umili vite, su cui si regge l’architettura del tempo e la storia del mondo. Si racconta di un conte gerarca fascista – amico di D’Annunzio e di Casa Savoia – che si era fatto costruire una villa sopra una collina, dove la luce della foresta era più chiara, sfrattando senza pietà il piccolo cimitero sottostante. Tanto – si diceva – si tratta di morti del tutto insignificanti, perfetti sconosciuti. Fu così, che furono diseppelliti tutti i morti del piccolo cimitero, e messi più in basso, in fondo a un dirupo, come esiliati.
Anche le ossa di Antonia, bisnonna dell’autore, furono spostate; per non disturbare il panorama dalla villa del gerarca. Campedelli, a parte la storia della bisnonna, e del cimitero sfrattato, fa un viaggio letterario tra ritratti e racconti ispirati a una “letteratura minima”. Nel racconto, s’intrecciano storie e volti, narratrici e narratori, romanzi e poesia, e cinema: da Mario Rigoni Stern a Vittorio De Sica e Cesare Zavattini, a mostri sacri della letteratura, come Fedor Dostoevskij, a narratori come Ignazio Silone, alla poesia di Olmi e Alda Merini, a uomini della Chiesa, come Carlo Maria Martini, fino a politici icone della buona politica, come Pertini e Moro.
Campedelli cerca le storie minime, anche spulciando nei romanzi dei grandi. Quando cita Dostoevskij cerca le frasi più illuminanti del russo: “Se qualcuno mi dimostrasse, che Cristo è fuori dalla verità ed effettivamente risultasse che la verità è fuori di Cristo, io preferirei restare con Cristo, piuttosto che con la verità”.
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C’è un nome che è impossibile non ricordare, di questo libro: Muhammad Al-Zagzoug. È un poeta palestinese, vive a Gaza, o viveva a Gaza, o in quel che è rimasto di Gaza. Tra missili e bombe, Muhammad parla di guerra e di fame, e di un forno fatto con pietre e fango, e della carta che serviva per accenderlo, e che non c’era: c’erano solo i suoi libri, il suo tesoro più prezioso; ma i bambini avevano fame e avevano bisogno di pane, più che di letture. Saranno loro a dire al papà poeta: “Usiamone uno o due, per accendere il fuoco, quando finisce la guerra puoi sostituirli”. E cosi furono bruciati i libri, per accendere il forno. Anche questo fa la guerra di Gaza.













