In occasione dei 170 anni dalla nascita di Lyman Frank Baum, autore del celebre romanzo “Il meraviglioso mago di Oz”, emerge un ritratto biografico e letterario denso di sfaccettature. Nato nello Stato di New York nel 1856, Baum giunse alla scrittura per ragazzi in età matura, dando vita a un universo narrativo che ha segnato profondamente la letteratura statunitense. Se da un lato il viaggio della protagonista Dorothy può essere interpretato come un percorso di ricerca interiore ricco di spunti allegorici, dall’altro la storia personale dell’autore riflette specifiche influenze filosofiche, come l’adesione alla teosofia. L’analisi approfondita del suo percorso vitale mette inoltre in luce la netta divergenza tra i valori di accoglienza e scoperta trasmessi dalla sua opera più famosa e le posizioni storiche molto controverse espresse nei suoi scritti giornalistici dell’epoca, offrendo un quadro articolato sul complesso rapporto tra l’invenzione fantastica e le convinzioni umane del suo creatore.
Le origini letterarie e il significato del viaggio di Dorothy
Dorothy ha sempre avuto il potere di tornare a casa…lo scopre alla fine, quando Glinda le rivela che le scarpette d’argento potevano portarla in Kansas fin dal primo passo. È il cuore del Mago di Oz: ciò che la bambina cerca fuori di sé le era già stato donato. Oggi ricorrono 170 anni dalla nascita di Lyman Frank Baum, nato nel 1856 a Chittenango, New York. Giornalista senza fortuna, commesso viaggiatore, editore nel South Dakota, approdò alla scrittura per l’infanzia a quarantun anni. Nel 1900 pubblicò la fiaba del Mago di Oz dichiarando in prefazione di voler conservare meraviglia e gioia eliminando le angosce della tradizione europea. Il racconto ha la struttura di un pellegrinaggio: Dorothy percorre la strada di mattoni gialli convinta che il grande Oz potrà salvarla. Raccoglie compagni spezzati — uno Spaventapasseri senza cervello, un Uomo di Latta senza cuore, un Leone senza coraggio — ciascuno in cerca di ciò che crede di non possedere. Al cospetto del Mago scoprono un vecchietto calvo dietro un paravento, un aeronauta che usa trucchi da palcoscenico per simulare onnipotenza. Poi il falso idolo crolla e Glinda rivela che la grazia era già lì, fin dall’inizio.
La lettura allegorica e il rientro in sé stessi
Una lettura credente di questa parabola è possibile…Dorothy insegue un salvatore che si rivela impostore, come chiunque cerchi pienezza nelle cose del mondo, ma anche i compagni scoprono di avere già le virtù che mendicavano. Il ritorno al grigio Kansas, così, diventa rientro in sé stessi, dove qualcosa di prezioso era depositato da sempre.
L’adesione alla teosofia e le pesanti contraddizioni storiche
Eppure Baum non era cristiano, era teosofo: nel 1892 si iscrisse alla Società Teosofica con la moglie Maud, introdotto dalla suocera Matilda Joslyn Gage, suffragista radicale e autrice di Woman, Church and State, opera che accusava il cristianesimo di opprimere le donne. Così il messaggio del Mago di Oz si capovolge: l’uomo possiede tutto dentro di sé, la trascendenza è superflua. Un’antropologia ottimistica, distante dal senso cristiano della grazia come dono ricevuto. Ma la contraddizione di questa lettura del racconto si allarga guardando la biografia di chi l’ha scritta: lo stesso autore che creò Dorothy — una delle prime eroine della letteratura americana, figlia diretta del femminismo della suocera — scrisse nel suo giornale di Aberdeen, tra il dicembre 1890 e il gennaio 1891, due editoriali in cui invocava lo sterminio dei nativi americani, tanto che poi la famiglia Baum dovette chiedere pubblicamente scusa. Come può lo stesso uomo aver creato il mondo più accogliente della letteratura per l’infanzia e aver invocato il genocidio? Forse il Mago di Oz è andato oltre il suo autore, come certi testi affidati a mani impure, la fiaba porta un messaggio più grande di chi l’ha scritta.













