“Emigrare è una ricerca affannosa di pane e dignità.” Le parole di padre Renato Zilio, missionario Scalabriniano e Direttore di Migrantes Reggio-Bova, dipingono un quadro vivido della difficile realtà che vivono i migranti che attraversano il Marocco, un crocevia cruciale nel loro viaggio verso l’Europa.
Un Marocco crocevia di popoli e fedi
«Per conoscere un uomo non fermarti per strada, – raccomanda un proverbio arabo – entra a casa sua». Così, dopo aver conosciuto migranti marocchini, per qualche anno ho potuto vivere in Marocco, terra di emigrazione di partenza, di arrivo e di transito.

Un vero hub migratorio. Dove anche tutta la Chiesa è migrante, dal vescovo fino all’ultimo cristiano arrivato. Da una ventina d’anni, poi, vi accompagnavo per il ritiro quaresimale dei gruppi di giovani nel Sahara. Sradicamento radicale, assoluto, fecondo.
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Ricordo un loro grazie che mi aveva sorpreso: «Grazie, padre, perché ora comprendo meglio l’Europa». Sì, il suo panorama religioso, ora decisamente multireligioso.
Giovani subsahariani e sogno europeo
Il Marocco è anche un corridoio migratorio senza sbocco per centinaia di giovani subsahariani dalla Guinea, Senegal, Camerun… Ed è come un flusso continuo, un’umanità in cammino, piena di speranza e di disperazione, allo stesso tempo. Ha in testa un sogno: l’Europa.
A volte, adolescenti, hanno rubato in casa i soldi ai genitori, mettendosi in viaggio di notte per una vera, inimmaginabile via crucis tra Mali, Niger, Algeria. Così triste e umiliante che spesso non riescono ad aprire bocca per raccontarla. Come fosse un macigno nell’anima, impossibile da sollevare.
Casablanca, la parrocchia e la Caritas
Vicino alla stazione di Casablanca ve ne sono alcune centinaia, stendendosi di notte su un pezzo di cartone. Al mattino li vedi arrivare alla nostra parrocchia Notre Dame de Lourdes, a frotte, per una colazione, grattandosi dappertutto per le punture di insetti.
Si preparano velocemente duecento lunghe “baguettes” di pane con sardine, margarina e caffelatte. Vengono anche alla Caritas per vestiti, consulenze o medicinali. Spesso c’è da accompagnarli per esami e visite all’ospedale.
La responsabilità della Chiesa
«È compito della Chiesa, in nome del suo Vangelo, umanizzare questa emigrazione giovane, selvaggia, coraggiosa…» vi ripeterà il parroco. «L’emigrazione è come l’erba cattiva, – sospira Alhassane, 18 anni – più la tagli, più resiste!». Si intestardisce ad arrivare in Europa, costi quel che costi… sperando in un colpo di fortuna, nell’aiuto di Allah.
Chi si è spezzato una gamba o un braccio cadendo spesso alla barriera reticolata di 7 metri ai confini con la Spagna, spera di guarire presto, per ritentare ancora… Combattenti solitari, solo Dio li tiene per mano.
Tra coraggio, fede e rischio della vita
Hanno «una fede e un coraggio che trasportano le montagne!» vi ripeterà suor Marie. Impressiona come affrontano un’avventura migratoria piena di imboscate, di umiliazioni, di violenza, di freddo e di fame. Sognando la Spagna. Coscienti, pure, che in agguato c’è sempre la morte.
Negli anfratti di Tangeri partono con piccole patère, imbarcazioni da pescatori, tutte intasate. Il costo di 3mila euro per ognuno, a volte raccolto nei villaggi di origine. Nel sud del Marocco, a Dakhla, per arrivare alle Canarie, stessa sorte. Ma dappertutto, a causa delle forti correnti, il viaggio costa spesso molto di più: la vita.

Emigrare è una ricerca affannosa di pane e di dignità. Ambedue, realtà vitali. Perché provengono da esistenze difficili, miserabili o impossibili. Oppure da terre indegne di farvi vivere. Da contesti impensabili. Ciò richiama inevitabilmente la sfida della fraternità: una nuova capacità di relazione, più ampia, aperta ed inclusiva. Una sfida attuale, per davvero, con i migranti.
* Direttore Migrantes arcidiocesi Reggio Calabria – Bova













