A sei anni dalla scomparsa di Ezio Bosso, avvenuta il 14 maggio del 2020 a causa di una grave patologia neurodegenerativa, la figura del compositore e direttore d’orchestra continua a offrire spunti di riflessione che vanno ben oltre la semplice esecuzione musicale. Nato in un contesto operaio torinese, Bosso ha dedicato l’intera esistenza alla musica, considerandola non solo una professione ma un vero e proprio strumento di connessione umana e spirituale. Il suo intimo legame con le opere di Bach e la sua visione comunitaria dell’orchestra rivelano un approccio in cui la fragilità personale e la fede si intrecciano con la pratica artistica quotidiana, lasciando una testimonianza fondata sull’importanza della condivisione e sull’accettazione serena dei propri limiti.
Le origini nella Torino operaia e la scelta del Conservatorio
Nella Torino operaia degli anni Settanta, al padre di Ezio Bosso qualcuno disse che il figlio di un operaio doveva fare l’operaio. Il figlio aveva quattro anni e, al dir il vero, aveva già scelto: una prozia pianista e un fratello musicista gli avevano aperto la strada verso il Conservatorio Verdi. Ogni giorno, uscendo dal caseggiato di Borgo San Donato, incrociava la portinaia che lo salutava con una profezia: «Un giorno andrai a Sanremo», ma lui studiava contrabbasso e pensava a Bach.
La malattia e il messaggio dal palco di Sanremo
Sei anni fa, il 14 maggio 2020, quel ragazzino diventato compositore, direttore d’orchestra e pianista «all’occorrenza», come amava definirsi, moriva nella sua casa di Bologna a quarantott’anni…dal 2011 conviveva con una neuropatia motoria multifocale, diagnosticata dopo un intervento per un tumore al cervello, che gli tolse progressivamente l’uso delle mani. Di Bosso si ricordano la standing ovation di Sanremo 2016 e la frase pronunciata dal palco dell’Ariston: «La musica, come la vita, si può fare solo in un modo. Insieme».
Il rapporto quotidiano con Bach e le radici cristiane
Si ricorda meno il pensiero che la sosteneva: «Suono Bach tutti i giorni, e attraverso di lui mi rapporto al divino», disse in un’intervista ad Avvenire. Per lui Bach rappresentava «le radici del credere» e la fede era «una forma di radice conquistata». Parole ancorate al cuore: Bosso trovava nella musica un potere di trasfigurazione che collegava esplicitamente al cristianesimo…«La musica è trasfigurazione come ci insegna il Cristo, la trasfigurazione è andare oltre se stessi». E aggiungeva: «Le radici cristiane? In qualche modo sono inevitabili, per un uomo italiano è anche sciocco sostenere di non averle».
La musica come gesto comunitario e l’accettazione dell’errore
Da questa visione discendeva il suo modo di intendere la musica come gesto comunitario…«La musica non è una gara», spiegava ai ragazzi durante le prove aperte, un’abitudine che aveva imposto ovunque dirigesse; la competizione, ricordava, ha la radice «cum», che in latino significa insieme. Ai musicisti chiedeva di togliersi «la tuta da Superman» e mostrare i propri errori, perché «quanto è bello sbagliare e poi imparare da quell’errore e migliorare».
La fragilità come risorsa e il desiderio di essere solo un tramite
Chi lo ascoltava coglieva qualcosa di più di una lezione di tecnica…Bosso portava sul podio un’idea di comunità in cui la fragilità aveva il suo posto. Dopo la malattia aveva dovuto ricominciare da gesti elementari: «Ho dovuto anche re-imparare a sorridere», raccontava senza imbarazzo, «sorridere avvicina gli altri». Si definiva un uomo fortunato, e lo diceva guardando dalla terrazza della sua casa torinese la Cappella della Sindone illuminata nella sera: «Come faccio a dire che non sono fortunato?». Il suo desiderio più tenace restava paradossale per chi aveva conquistato quattordici milioni di telespettatori in una sera: «Vorrei ecclissarmi e che non si parlasse di me, ma solo della musica». Voleva essere un tramite, ripeteva.













