L’esperienza del teatro giovani parrocchiale rappresenta molto più di una semplice esibizione da inserire nel calendario delle festività. È un laboratorio di relazioni, un banco di prova dove il tempo libero viene investito per costruire qualcosa di condiviso, sfidando la frenesia quotidiana tra scuola e sport. In questo racconto in prima persona, emerge vivida la cronaca di un allestimento nato quasi per caso, ma cresciuto grazie alla determinazione di un gruppo che ha deciso di rileggere un classico come lo Schiaccianoci. Tra le righe non si legge solo la trama di uno spettacolo, ma il battito di una piccola comunità che scopre, tra una prova e l’altra, come l’atto di creare insieme sia la vera magia da offrire al pubblico.
L’ansia della scelta e le prime proposte
“Maaa, quest’anno che facciamo per Natale?” la domanda posta da una ragazza al termine di un incontro giovani a fine novembre potrebbe sembrare banale. Ma il riferimento, per chi sa di cosa si parla, è uno soltanto: “Cosa portiamo in scena quest’anno?” Panico e fibrillazione: bisogna trovare una storia carina, ma non stucchevole. Qualcosa di divertente e che sappia far riflettere, senza far addormentare i nostri corpi già appesantiti da cenoni, aperitivi e pause caffè con pandoro (o panettone, se vi piacciono i canditi). L’immancabile AI di Google suggerisce racconti di stelle che hanno perso la strada, di uomini che si mettono alla ricerca di un desiderio a cui non sanno dare il nome, di bambini nati in mezzo alle macerie vere o presunte di un’umanità che forse tanto umana non lo è più. Non siamo convinti.
L’intuizione giusta al momento giusto
Certo, ci sarebbe il buon vecchio classico di Dickens. Ma noi, navigati attori di una compagnia teatrale piuttosto strampalata, lo abbiamo già raccontato il nostro Canto di Natale. E allora? E allora siamo punto e a capo. Ci serve una storia. E, a un tratto, qualcuno si illumina e comincia a raccontare agli altri di un soldatino di legno e del suo desiderio di diventare un ragazzo, di una ragazzina che fa un sogno proprio la vigilia di Natale, di una sgangherata banda di giocattoli, di una fata gelosa e di un temibile Re dei Topi. Ce l’abbiamo! Ecco il nostro spettacolo: quest’anno faremo lo Schiaccianoci.
La sfida contro il tempo
L’algoritmo, che ha già capito tutto, inizia a proporci balletti di tutte le compagnie di danza da Londra a Mosca; il San Carlo di Napoli lo ha messo in cartellone per tutto il periodo di Natale e noi lo presenteremo sul palco il 4 gennaio 2026. Non rileviamo nessun problema, se non il piccolissimo particolare che siamo al 5 dicembre e che tutto sia ancora in una fase embrionale. Stasera assegniamo le parti.
Il senso profondo dello stare insieme
Certo, la nostra storia si discosta in parte dal racconto originale; i giocattoli hanno un ruolo predominante rispetto alla vicenda di Clara, dello Schiaccianoci e della Fata Confetto, ma in fondo il senso lo abbiamo capito tutti: lo spettacolo è un’occasione per sentirci parte di una cosa più grande di noi, qualcosa che ci fa intuire una bellezza che ci appartiene e che spesso si nasconde in fondo al nostro vissuto quotidiano. Stare sul palco ci fa sentire vivi, ci permette di essere visti e apprezzati da una comunità a cui dobbiamo tanto e a cui scegliamo di regalare tempo e risate e quella spensieratezza che gli adulti non hanno più, che annulla l’ansia da prestazione perché noi lo sappiamo già che sarà un successo.
L’impegno e la passione dei ragazzi
E non perché siamo bravi (ovvio, anche per quello: quanti ragazzi sarebbero stati in grado di imparare a memoria battute e coreografie in meno di un mese tra lavoro, interrogazioni, partite di calcio e lezioni di taekwondo? Siamo giovani mica stupidi, lo sappiamo che siamo speciali!). Sappiamo che sarà un successo perché ci mettiamo il cuore, perché ci divertiamo mentre lo facciamo e perché abbiamo sperimentato una cosa talmente ovvia da risultare rivoluzionaria: solo l’Amore crea. Silenzio in sala. Musica. Sipario. Si va in scena.












