Il vero deficit italiano è quello anagrafico

Parlare di demografia attorno alla metà del mese d’agosto, quando i ritmi della vita rallentano e si vorrebbe assaporare il piacere del meritato riposo, sembra un accanimento che solo Giovanni Sartori, con le sue vivaci (e francamente spesso discutibili) considerazioni sui temi della popolazione, si poteva permettere. Tuttavia, il recente aggiornamento del bilancio demografico della popolazione italiana, fornito dall’Istat per il primo trimestre del 2017, offre spunti che inducono a travalicare gli scrupoli nel proporre una riflessione impegnativa pur in presenza di un clima agostano e vacanziero.

Alla luce dei nuovi dati, ciò su cui conviene innanzitutto soffermarsi non è tanto il prosieguo della tendenza a perdere popolazione – altri 57mila residenti in meno tra il 1° gennaio e il 31 marzo 2017 che si aggiungono agli oltre 200mila persi nel biennio 2015-2016 – quanto le modalità con cui tale risultato è andato concretizzandosi. Ci troviamo infatti in presenza di un quadro statistico che anticipa la prospettiva di un nuovo anno contraddistinto da record negativi su tutti i fronti.

Partiamo dalle nascite.

La loro frequenza nel primo trimestre del 2017, pari a 112mila unità, è inferiore del 2,6% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Anno in cui – è bene ricordarlo – si era già registrato il più basso numero di nati dai tempi dell’Unità Nazionale (1862-1916). Se dovessimo estrapolare su base annua il dato parziale di questo inizio 2017 avremmo un bilancio finale di 461mila nascite. Un valore che, stando ai più recenti scenari previsionali diffusi dall’Istat, ben si concilia con una prospettiva di ulteriore estremo regresso sul piano della vitalità demografica del nostro Paese, lasciando intendere un calo di quasi 3 milioni di abitanti nel prossimo ventennio e una discesa del peso relativo della componente più giovane (i residenti in età 0-14 anni) dall’attuale 13,5% al 10,9%.

Ma il messaggio più impressionante che ci consegnano le statistiche di questo primo scorcio del 2017 è quello relativo alla frequenza dei decessi. Ne sono stati conteggiati 192mila nel trimestre in oggetto: il 14,9% in più rispetto allo stesso periodo del 2016. Con persino una crescita del 2% rispetto ai primi tre mesi del 2015, un anno che – come è ben noto – si era distinto negativamente per una sorprendente impennata della mortalità. Siamo dunque in presenza di un nuovo improvviso peggioramento dei livelli di sopravvivenza della popolazione italiana, e soprattutto della sua componente più anziana e fragile?

Attualmente i dati disponibili non consentono ancora adeguati accertamenti sulle cause dei decessi e sulle caratteristiche dei soggetti coinvolti, ma è senz’altro da escludere che un aumento così consistente della frequenza di morti sia unicamente imputabile a cambiamenti quantitativi o strutturali dei residenti. L’invecchiamento della popolazione tra il 1° gennaio 2016 e la stessa data del 2017 potrebbe, infatti, spiegare al più un incremento dei decessi nell’ordine del 3%: non quel quasi 15% di cui si è detto! Per altro va rilevato che se la variazione osservata in questo primo trimestre dovesse valere per l’intero anno ci troveremmo a contabilizzare nel 2017 ben 707mila morti. Occorre risalire al 1944 per trovare un dato simile!

Nel complesso, estrapolando su base annua i primi dati trimestrali su natalità e mortalità avremmo un saldo naturale per il 2017 di segno negativo, più morti che nati, per 346mila unità: un valore quasi equivalente alla somma dei due saldi – già negativi e di dimensione preoccupante – che hanno caratterizzato il precedente biennio 2015-2016.

Che dire davanti a un tale scenario? Per prima cosa si può sperare che, trattandosi di dati ancora parziali, ci sia strada facendo una qualche correzione di rotta.

Tuttavia, affinché un cambiamento sia realisticamente configurabile sarebbe necessaria una strategia condivisa e tempestiva capace di rimettere al centro la famiglia, sia come protagonista delle scelte legate alla genitorialità, sia come rete di supporto ai membri fragili sul piano socio economico e sanitario. Ma quali novità ci sono, se ci sono, su questo fronte? Anche per questo è importante che sia stata confermata la terza Conferenza nazionale sulla famiglia (Roma 28 e 29 settembre 2017) e che essa possa essere, come previsto, l’occasione per discutere una versione aggiornata del ‘Piano nazionale per la famiglia’ e renderne operativi i contenuti.

Non dimentichiamo però che mentre la Seconda Conferenza (Milano, 2010) si interrogava – già allora con toni preoccupati – sul futuro demografico di un’Italia caratterizzata da 562mila nascite e da un saldo naturale negativo per ‘sole’ 25mila unità (dati 2010), l’edizione 2017 sembrerebbe capitare in un anno con circa 100mila nati in meno e con un ipotetico squilibrio naturale di quattordici volte più grande. Ce n’è dunque quanto basta per sottolineare l’urgenza che, sul fronte dei risultati, il nuovo Piano Nazionale sappia essere, diversamente dalla sua precedente versione, ben più che un bel ‘libro dei sogni’. 

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