IV Domenica di Quaresima (Gv 9,1–41): dalla cecità alla luce: quando la vita cambia sguardo

Gerusalemme

Il cammino della Quaresima giunge a una tappa fondamentale che mette al centro la capacità di scorgere la presenza di Dio nella concretezza della materia e dei gesti quotidiani. Attraverso l’episodio del cieco nato, la liturgia propone una riflessione profonda sulla transizione dall’oscurità del pregiudizio alla chiarezza della fede, superando l’idea del dolore come punizione per aprirsi alla guarigione come manifestazione della gloria divina. Il percorso di purificazione alla piscina di Siloe diventa così l’emblema di un’obbedienza che trasforma l’identità dell’uomo, interpellando la coscienza di chiunque sia chiamato a riconoscere la luce in mezzo alle contraddizioni del tempo presente.

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Il fango e il cammino verso la piscina di Siloe

Dopo il pozzo e la sete, la liturgia ci porta su un altro fronte essenziale: lo sguardo. Perché non basta desiderare l’acqua viva: occorre anche imparare a vedere. La quarta domenica – la domenica “della luce” – non parla di un miracolo spettacolare, ma di un itinerario lento e concreto: un uomo passa dalla notte alla luce, e insieme passa dal “sentito dire” alla fede,
dal timore alla libertà.

Il racconto si apre con una scene quasi quotidiana: Gesù vede un cieco dalla nascita. In Gerusalemme, tra polvere, pietre e passaggi affollati, ci sono sempre stati mendicanti e ferite visibili. I discepoli, però, leggono subito la sofferenza come un enigma morale: «Chi ha peccato?». È una domanda dura, ma frequente: quando non capiamo il dolore, cerchiamo un colpevole. Gesù spezza questo schema: non spiega il male con una colpa; lo
attraversa come un luogo dove la luce di Dio può operare.

E il gesto è spiazzante: sputa per terra, fa del fango, lo spalma sugli occhi. È un contatto umile, quasi “creaturale”: polvere e saliva, materia povera. Come se Gesù dicesse: la salvezza non arriva disincarnata; passa per la carne. Poi l’invito: «Va’ a lavarti alla piscina di Piscina di Siloe». Anche qui Terra Santa non è uno sfondo: Siloe è un luogo reale, legato
all’acqua e al cammino. L’uomo deve andare, lavarsi, tornare: la luce nasce dentro un’obbedienza semplice.

Il conflitto con i farisei e la nuova identità

Quando rientra, comincia la parte più intensa: non è solo guarigione, è conflitto. I vicini discutono: “È lui? Non è lui?”. La luce cambia l’identità, e chi ti conosce può restare spiazzato. Poi arrivano i Farisei, e la domanda si fa inquisitoria: come è avvenuto? chi è costui? Il punto non è più l’uomo guarito, ma la dottrina, il controllo, il sabato. La luce,
qui, non è neutra: divide. Perché se Gesù apre gli occhi, qualcuno teme di perdere il proprio potere sul modo di vedere. Il cieco – che ora vede – cresce passo dopo passo.
All’inizio parla di «un uomo che si chiama Gesù».

Poi, pressato, riconosce: «È un profeta». Infine arriva alla confessione più alta, quando Gesù lo cerca dopo l’espulsione: «Credi tu nel Figlio dell’uomo?». E lui, finalmente libero: «Credo, Signore». È una parabola dell’intera Quaresima: non passi dalla notte alla luce in un attimo; ci passi attraversando domande, opposizioni, paure. Ma proprio così la fede diventa tua, non presa in prestito.

Un impegno concreto per la settimana

Per questa settimana: un luogo, una domanda, un gesto. Il luogo: la tua “Siloe”, cioè quel gesto concreto che ti rimette in verità (una confessione, un colloquio spirituale, un tempo di preghiera stabile, un taglio netto a ciò che ti intossica). La domanda: che cosa non voglio vedere, perché mi costringerebbe a cambiare? Il gesto: ogni sera, cinque minuti di “esame di luce”: dove oggi ho guardato con giudizio? dove ho guardato con misericordia? e chiedo al Signore: “Apri i miei occhi”.

Il Vangelo si chiude con una frase tagliente: «Se foste ciechi non avreste peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato
rimane». Non è una condanna dei fragili; è una diagnosi del cuore autosufficiente. La prossima domenica saremo condotti davanti a una tomba, a Betania: perché la luce vera non si ferma al vedere, ma osa entrare nel dolore più oscuro, e chiamare la vita dove sembra impossibile.

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